«Bello vincere il Premio Penne con i miei geniacci abruzzesi»

5 Aprile 2019

Il libro d’esordio del regista teatino “Non invecchieremo mai” conquista la giuria «Il legame affettivo con la mia terra è forte, se si dimentica si muore» 

«Non si può dimenticare. Se si dimentica si muore». Luciano Odorisio, il visionario regista di “Sciopèn” e “Via Paradiso” ambientati nella sua Chieti, lo ripete in questa intervista così per fare dell’(auto)ironia sul tempo che passa.
“Non invecchieremo mai” – titolo del suo libro d’esordio pubblicato nel giugno scorso dall’editore teatino Il Viandante, testo vincitore del premio “Città di Penne-Mosca-America” 2019 sezione Scrittori dal Cinema – è un’illusione, dice il cineasta abruzzese. «Ci sentiamo immortali, in realtà non moriamo finché c’è il calore del ricordo. La vita è lì dentro».
Odorisio, pubblica il suo primo libro e pochi mesi dopo con quello vince un premio. Se l’aspettava?
«Non me l’aspettavo, no. Un gran premio di qualità e ne sono onorato, prima di me il “Penne” è andato a colleghi come Verdone, Giannini, Amelio».
Una doppia celebrazione: ieri l’incontro con gli studenti al campus dell’ateneo di Chieti con l’intervento di Antonio Sorella, direttore del Premio Penne, e di Gian Piero Consoli; oggi la premiazione al Comune di Penne. Servirà a rinsaldare il suo legame con l’Abruzzo?
«Non mi pongo questo problema, il legame affettivo che ho con la mia terra d’origine è forte. Casualmente “Non invecchieremo mai” è un libro di racconti ambientati anche in Abruzzo. C’è dentro uno spirito abruzzese che aleggia e che tratto con ironia come bene ha colto Claudio Trionfera nella bellissima recensione per Maxim: “Luciano Odorisio” – si legge – “non è uno scrittore ma un regista di fine sensibilità e passione. Tuttavia in questo suo libro riesce a dimostrarsi scrittore con le medesime caratteristiche del cineasta. Coinvolgendo e divertendo, soprattutto accendendo la memoria fino a provocarla e, in qualche modo, a tormentarla quando il ricordo si fa strada senza fatica in una beata gioventù fatta di eventi, flash, personaggi e sensazioni”.
Lei come vede quello “spirito abruzzese”?
«Basta leggere Flaiano, stupendo, un geniaccio, unico. Gli abruzzesi, non molti per la verità, hanno un proprio sense of humour. Quelli che, come nei miei film, arrivano dalla provincia a Roma per raccontare storie sul grande schermo. In quel modo raccontano anche della propria provincia. Ma non è che se uno viene da Chieti si ferma a Chieti. “Sciopèn” ha avuto un successo enorme, è stato visto in America e in Australia, in giuria c’erano calibri come Kurosawa e Vargas Llosa. Evidentemente quello spiritaccio di provincia, quel sentimento di gelosia, invidia, pettegolezzo muove dal particolare e si allarga all’universale. È la magia del racconto, la comunicazione fatta di parole giuste, storie giuste. Tra chi racconta e chi legge».
Che storie ha privilegiato nei racconti che compongono il suo libro?
«A volte sono storie che mi riguardano, altre no. Ci si può sbizzarrire. Il confine tra vero e inventato è labile, si parte dal dato realistico e poi il discorso si allarga».
A proposito del non dimenticare per non morire: come sta vivendo il conto alla rovescia a dieci anni dal terremoto dell’Aquila?
«Male. Tutte le promesse fatte da Berlusconi in su non sono state mantenute, la ricostruzione è arretrata, dopo quattro anni le casette di legno vanno a pezzi, dove andranno a vivere quelle persone? Lunedì scorso ho ripreso sul mio blog Note di Sciopèn, uno stralcio in proposito da Il Fatto Quotidiano. C’è gente che ha visto disperdere la propria vita in un attimo e vive ancora nella precarietà: una vergogna. Inutile dire, i politici si muovono su altri schemi, tutti buoni a fare promesse prima di conquistare il posto di potere. Quella notte del 6 aprile ero a Roma, i libri sono caduti dalla libreria, la porta con l’anima in ferro sbatacchiava, nel giro di dieci-quindici minuti dai social si è capito chiaramente che si era consumata una tragedia all’Aquila. A un caro amico che faceva Sciopèn nel mio film, un docente dell’università dell’Aquila, dopo il terremoto è toccato andare a vivere sulla costa e fare avanti e indietro per lavoro. E non ha ancora risolto la sua condizione. Con chi prendersela?».
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