Ben Pastor: quei misteri del Duce nascosti in Abruzzo

27 Giugno 2017

La scrittrice italo-americana originaria di Bisenti racconta il suo romanzo «Il morto in piazza» del ciclo di Martina Bora che Sellerio ha ripubblicato 

L'Abruzzo, terra forte e umile, «capace di soffrire in silenzio con immensa dignità».
Ben Pastor, italoamericana, 67 anni, nata a Roma da padre abruzzese di Bisenti, ma più di trent’anni negli Stati Uniti, autrice di mystery storici colti ed eclettici, ne ha parlato, ieri, al festival Salerno Letterature, dove ha presentato «Il morto in piazza», suo romanzo del 2004 - ora ritradotto e ristampato da Sellerio - ambientato in un paesino sul Gran Sasso. Ben ha anche risposto alle domande dei lettori sul futuro del suo personaggio più amato, l'ufficiale-detective Martin Bora. Un ciclo che sta per finire, anche se l'autrice non ha ancora deciso quale sarà la sorte del suo “figlio” letterario. «Il morto in piazza» si svolge nell'immaginario paesino di Faracruci, nel giugno 1944: Martin, ufficiale tedesco fedele alla patria ma disgustato dal nazismo, deve recuperare un carteggio segreto tra Churchill e Mussolini. Nella piazzetta della silenziosa Faracruci si scopre un cadavere, e Bora ancora una volta dovrà destreggiarsi tra silenzi, ombre e segreti per scoprire la verità e trovare le lettere del Duce. Una trama che mette in primo piano l'Abruzzo, terra natale dei nonni dell'autrice.
«Ci sono luoghi e popolazioni», spiega la scrittrice che all’anagrafe si chiama Maria Verbena Volpi, «che sanno farsi pubblicità, altre, specie nel mondo contadino, abituate a tenere per sé gioie e dolori. Faracruci alla fine è il simbolo del cuore dell'Italia, il piccolo luogo da cui tutti vengono e dove alla fine vogliono tornare. Il luogo dove non conta chi sei o come appari, ma da dove provieni, quali sono le tue radici».
Ben Pastor intanto sta ultimando il nuovo romanzo con protagonista Martin Bora, «The Night of the Shooting Stars», che uscirà per Sellerio l'anno prossimo. Sarà probabilmente il terzultimo romanzo del ciclo, seguito da una missione nella Stalingrado occupata dai tedeschi, prima della disfatta, e poi da un ultimo capitolo. «Mi piacerebbe ambientarlo a Lipsia», anticipa Ben, «città natale di Bora, che ebbe una sorte particolarmente tragica alla fine della guerra. Prima arrivarono gli americani, poi la lasciarono ai sovietici e qui nacque una sorta di avamposto delle posizioni più retrive della Ddr». Non a caso la Stasi si insediò nel palazzo una volta sede della Gestapo. Ma perché concludere un ciclo fortunato e amato dai lettori? «Non sono minimamente stanca dei miei personaggi, anzi. Però intendo scrivere solo se è possibile mantenere qualità. Finché c'è da raccontare qualcosa di nuovo sul personaggio, bene; poi meglio smettere. Per me è come realizzare piccoli oggetti artigianali: con amore, nella mia bottega, non certo a livello industriale come alcuni miei colleghi americani che alla fine delegano ad altri persino lo scrivere».
Ben Pastor però non ha ancora deciso quale destino debba avere Bora alla fine dell'ultimo romanzo. «Di quel libro ho in mente per ora solo un titolo che mi affascina, “La sinagoga degli zingari”, e poco altro. I lettori mi suggeriscono per lui i futuri più disparati, ma credo che Martin sia un personaggio molto legato alla sua epoca, alla guerra, all'uniforme. Difficile immaginarlo altro e altrove».
In attesa dell'episodio finale ci sarà l'anno prossimo un romanzo molto atteso: «The Night of the Shooting stars» vedrà Bora incontrare il colonnello von Stauffenberg, il protagonista della congiura del 20 luglio contro Hitler da sempre considerato il modello di ufficiale-gentiluomo cui è ispirata la figura del detective di Ben Pastor. «Ma la mia lettura di quegli eventi sarà come sempre eterodossa. Al di là dell'esempio morale e della nobiltà dei caratteri, metterò in evidenza i limiti oggettivi, talvolta grotteschi, di quell'iniziativa, basandomi su fonti autorevolissime».
Insomma il suo Stauffenberg non somiglierà al Tom Cruise del film «Operazione Valchiria»: «Quello era un santino improponibile», sorride Ben. Eterodossa è anche la narrativa di Ben Pastor: l'etichetta è quella del mystery storico, i contenuti molto più ampi. «Scrivo più o meno quello che mi piacerebbe leggere. I miei gusti sono eclettici, mi piace ciò che è narrato in modo intelligente ma non estremamente concettoso».
Narrativa di confine? «Quasi tutto nella nostra vita è confine, siamo animali di confine per definizione. Il meglio nasce da una certa inquietudine, dal non accettare tutto necessariamente così com'è». (c.s.)
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