Birra d’Abruzzo il sogno della rinascita con Slow Food

3 Marzo 2015

Lo stabilimento di Scontrone arrivò a sfidare la Peroni La tradizione potrebbe ripartire dai micro impianti

PESCARA. «Bastava qualunque pretesto o giorno festivo che intorno alla birreria era come una scampagnata. A piedi o con qualunque mezzo, isolati o in comitive più o meno numerose ci si dava convegno e lì per terra in mezzo all'erba si vuotavano non solo bottiglie ma addirittura cassette da 25. E se per caso qualcuno entrava nell'impianto mentre gli operai facevano colazione, non da uno ma da parecchi veniva invitato a bere un goccetto. Una volta assaggiata l'offerente per far cosa più gradita e invitare l'ospite a bere, rifiutava di riprendere la bottiglia col pretesto scherzoso di non poter più bere quello che era stato già assaggiato da un altro. Quando tornerà questo gesto così generoso tra gli uomini?»

La domanda di Nicola Buzzelli, classe 1900, oggi scomparso ma ventenne all'epoca della “Birra d'Abruzzo”, richiama un idillio che, come tutte le belle cose direbbe qualcuno, ha avuto vita breve. La storia è quella di un birrificio nostrano che, tra il 1922 e il 1929, riuscì a far preferire la propria birra locale, grazie a bontà degli ingredienti, efficienza di produzione e prezzo competitivo, «ad altre marche fra cui la Meridionale, le estere e addirittura la Peroni».

Oggi a voler riportare in auge l'avventura breve ma intensa della Birra d’Abruzzo è l'intera comunità di Scontrone, comune dell’Aquilano dove sorgeva la sede del glorioso birrificio, lungo la strada statale 83 Marsicana, ormai struttura fatiscente di proprietà comunale. Un prodotto, una storia, che il Comune sogna di portare ad Expo 2015, e la candidatura è stata appena inoltrata a Slow Food, per far salire a bordo del suo padiglione quel marchio e quella incredibile vicenda che, a quasi un secolo di distanza, potrebbe conoscere un nuovo inizio. «Quella della Birra d’Abruzzo», racconta Ileana Schipani, sindaco di Scontrone, «è una storia importante che merita di essere riscoperta e da cui è anche possibile trarre ispirazione per il futuro. L’amministrazione di Scontrone è impegnata affinché da questa esperienza concreta, le cui tracce gloriose sono ancora rinvenibili sul territorio, possano prendere vita nuove idee e svilupparsi opportunità micro-imprenditoriali legate alla produzione della birra artigianale».

La straordinaria storia della Birra d'Abruzzo, caduta nell’oblio per troppi anni e poi riemersa grazie agli studi di Maria Santucci, bibliotecaria di Castel di Sangro, e alla successiva proposta di recupero dell'ex stabilimento nella tesi di laurea di Giovanna Maria Di Vito, comincia nel 1922 quando la Società anonima Torbiere Riunite, che dal 1917 si era occupata dello sfruttamento della torba in località Pantano, decide di trasformare l'impianto in una fabbrica di birra, con costituzione a Milano della nuova Società anonima Birra d'Abruzzo, che ne acquisisce tutte le proprietà e nel settembre del '23 inizia la produzione. Nel 1927, l'anno più produttivo con 10mila ettolitri che varcavano anche i confini regionali, il bilancio si chiuse con un capitale attivo di circa 3 milioni. Ma così tanto e in così pochi anni era cresciuta la produzione della Birra d’Abruzzo da far tremare anche il colosso Birra Peroni, costretto a diventare azionista di maggioranza della società per vincere il pericoloso competitor, complice anche la grande crisi del 1929.

La produzione cessò immediatamente, la Birra d’Abruzzo fu poi posta in liquidazione, i macchinari trasferiti negli stabilimenti Peroni di Napoli e Bari e l’immobile venduto nel 1936.

Epiloghi infelici a parte, non tutto sembra perduto grazie all'intraprendenza della comunità locale. «Già nel 1923 la Birra d’Abruzzo venne presentata alla Fiera campionaria abruzzese di Castellamare Adriatico», osserva Schilipani. «Ha una storia datata e nobile che adesso vogliamo recuperare, partendo dalla vetrina di Expo. E non solo per un omaggio alla memoria», conclude il sindaco di Scontrone, «ma perché sogniamo il rilancio di questo prodotto tramite la riproduzione della sua ricetta». Un progetto che potrebbe diventare un patrimonio alimentare e culturale dell’intera regione, specialmente in un momento in cui i territori investono nella propria identità.

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