Bozzelli: «Ecco “Patagonia” il mio film scomodo che non vi prende in giro»

Arriva nelle sale da giovedì, presentazione a Pescara con regista e cast «Non narro solo cose rassicuranti, lo spettatore ha diritto alla verità»
PESCARA. «La prima cosa che ogni volta mi chiedo è: questo film amerà lo spettatore?». Per il giovane regista abruzzese (di Silvi, dove è nato nel 1994) Simone Bozzelli – che ha firmato tanti corti e video opere come Maneskin: I Wanna Be Your Slave – il cinema «è la vita, qualcosa da capire e da difendere». Lo ripete con sensibilità straordinaria nell’intervista al Centro che anticipa l’uscita nelle sale, giovedì 14, della sua opera prima, “Patagonia”, premio della Giuria ecumenica al Festival di Locarno. Distribuito da Vision Distribution e prodotto da Wildside, con Rai Cinema e in collaborazione con Sky, dopo la prima a Roma “Patagonia” viene presentato al Multiplex Arca di Spoltore venerdì, ore 20.45, da Francesco Di Brigida, ospiti in sala il regista Bozzelli e i due protagonisti, l’abruzzese Andrea Fuorto (“L'Arminuta”, qui Yuri) e l’esordiente Augusto Maria Russi (Agostino). È un racconto on the road nel cuore dell’Abruzzo (con i paesaggi spesso protagonisti), che parte dall’incontro tra il quasi 20enne Yuri , insicuro e solitario cresciuto in paese dalle zie, e il carismatico Agostino che si guadagna da vivere come animatore nelle feste per bambini, girando su un vecchio camper. Yuri, che crede all’idea di libertà prospettatogli da Agostino accetta la sua proposta di partire con lui per fargli da assistente. Il loro rapporto, fatto di attrazione reciproca, diventa co-dipendenza, tra sogni (come quello di andare insieme in Patagonia), tentazioni, tenerezze e umiliazioni, che arrivano al culmine quando Agostino si ferma tra gli amici di un rave che sembra non avere fine. Nel cast anche Elettra Dallimore Mallaby e Alexander Benigni .
Simone, quanto c’è di autobiografico nel film?
Non riuscirei a lavorare al di fuori del vissuto personale. Personali sono i luoghi e le persone con cui ho lavorato, il film è per metà girato tra Silvi e Montesilvano. Tendo a formare troupe di professionisti con i quali c’è empatia, importantissimo perché il tempo da passare insieme è lungo. Ho avuto il piacere di avere con me il costumista Andrea Cavalletto e lo scenografo Mauro Vanzati, i più bravi in Italia.
Quanto deve “Patagonia” al loro apporto?
Questo film è un caso particolare perché coinvolge una larga fetta di under 30 con ruoli importanti, a partire da me alla regia, lo sceneggiatore Tommaso Favagrossa, il direttore della fotografia Leonardo Mirabilia e il montatore Christian Marsiglia, tutti miei coetanei. Dall’altra ho professionisti di indiscussa bravura capaci di non farmi mai sentire il novellino cui insegnare qualcosa. Sono stati sempre e totalmente in ascolto, cosa che mi ha commosso molto. Di solito si creano gerarchie di potere dove chi ha più esperienza tende a sopraffarti anche se tu sei il regista. Qui sono stato io ad affidarmi completamente a loro, è il bello di una troupe meticcia di varia estrazione, un’opera corale.
Situazione che ricorda il rave party raccontato nel film?
Esattamente. Ai rave vedi un’umanità variegata, il tossichello che non sa cosa farà domani, gente in giacca e cravatta appena uscita dall’ufficio, bambini, animali... C'è un clima super eterogeneo che però nella festa trova l’elemento che unisce e uniforma, bello da vedere.
Di che tratta “Patagonia”?
Premesso che fare un film significa rappresentare una complessità di vita all’interno di una durata con immagini suoni colori ambienti, e che non amo le etichettature, mi interessano i rapporti di potere nelle relazioni interpersonali, l’uso e lo sfruttamento dei sentimenti considerati come merce secondo la logica di domanda e offerta, perdita e profitti. Piccole molestie morali che accadono nell’economia dei sentimenti, una dinamica diffusa più o meno consapevolmente in ogni genere di relazione.
Rapporto di causa ed effetto che si riverbera nella formazione continua di ogni individuo, qui l’insicuro e indifeso Yuri soggiogato dal clown incantatore di bambini, Agostino.
Assolutamente. Penso che non ci sia un tempo limite, un’età per restare traumatizzati dalla vita, da un’esperienza o peggio ancora da una persona. Yuri vive un piccolo inferno di atti di sottomissione, una relazione tossica, per poi raggiungere una consapevolezza, l’atto di libertà più grande che si conquista alla fine di un lavoro interiore. “Patagonia” sbatte in faccia allo spettatore la verità di un incontro, ma credo che lo farà con onestà. Penso sia giusto vedere le cose in terza persona per meglio capirsi dentro, come succede sul lettino dello psicanalista.
Perché andare a vedere “Patagonia”?
Perché credo che non prenda in giro lo spettatore, non gli racconta solo cose rassicuranti. Questo film nasce dall’esigenza di non voler fare un certo tipo di cinema ammaestrato, accomodante, che mette d'accordo tutti. Potrebbe risultare un film scomodo, ti permette di uscire dalla sala e dire “non mi è piaciuto”, è una presa di consapevolezza.
Prossimo film?
Voglio lavorare al libro di Nicola Lagioia “La città dei vivi”, sul delitto Varani, non so ancora se sarà un film o una serie tv.