Carne y Arena I migranti diventano realtà virtuale

20 Maggio 2017

CANNES. È notte e fa freddo, hai dovuto lasciare borsa, cellulare, qualunque oggetto e anche le scarpe. I piedi sono nudi e la realtà virtuale, questa nuova sfida tecnologica che sta abbracciando il...

CANNES. È notte e fa freddo, hai dovuto lasciare borsa, cellulare, qualunque oggetto e anche le scarpe. I piedi sono nudi e la realtà virtuale, questa nuova sfida tecnologica che sta abbracciando il cinema, ti sta facendo entrare grazie ad un casco Vr sulla testa, nello scenario che nessuno vorrebbe vivere di questi tempi: un confine, passare il quale è un roulette russa. Sai che niente è vero ma tutto è vero nel deserto di Sonora che separa Messico e Stati Uniti perché i clandestini che ogni giorno provano ad attraversarlo e a morire in migliaia sono accanto a te, puoi sentire i lamenti di una donna che sta male e chiede aiuto, puoi vedere un bambino piccolo stretto alla madre, paralizzato dalla paura e uomini che scivolano veloci nel buio appena rischiarato dalle luci degli elicotteri che sono sopra le teste. I coyote spingono anche te a proseguire la marcia, ti strattonano, chi scappa rischia di essere ucciso, chi resta sale sulla jeep forse passerà il confine.
È l'esperienza immersiva di Carne Y Arena, l'installazione virtual reality con cui il premio Oscar Alejandro Inarritu, il regista messicano di 21 grammi, Babel, The Revenant, si è ricollegato con la sua storia complice il fedele direttore della fotografia Emmanuel Lubezki. È uno degli eventi del festival di Cannes, poi si vedrà a Milano alla Fondazione Prada, che lo ha in gran parte finanziato e poi al cinema essendo diventato (per ora) anche un cortometraggio. È stato visto da una quarantina di persone ad oggi, una macchina ti accompagna fuori Cannes nell'hangar dell'aeroporto dove è stata montata e all'ingresso devi firmare gli avvisi: si tratta di un'esperienza per la quale firmando accetti il rischio di emozionarti, sentirti male, avere nausea, vertigini, conseguenze fisiche e psicologiche di stare alcuni interminabili minuti a piedi nudi nel deserto come una Carmen o un Luis qualsiasi. E sei solo, perchè la realtà virtuale è un'esperienza di cinema da vivere in solitaria e i tre ragazzi che ti preparano mettendoti il casco e uno zaino dietro le spalle, sono lì in caso di emergenze. Le tue scarpe sono in custodia ma la stanza dove le togli è disseminata di vere scarpe abbandonate nel deserto. Puoi provare a correre insieme ai tuoi compagni di viaggio oppure nasconderti dietro un cactus o stare fermo immobile e aspettare che passi, perchè per te quest'esperienza ha un tempo breve. Potrebbe persino essere un videogioco - c'è su tutto, ci sarà anche sui muri alzati a difesa negli Stati occidentali - se l'installazione non proseguisse in un'altra sala dove i migranti che sono stati con te per un momento come avatar virtuali non diventassero maledettamente veri.
C'è Lina, che ha 53 anni, viene dal Guatemala e dopo la fuga e le peripezie nei campi di detenzione è arrivata a Los Angeles ed è riuscita a far venire, 7000 dollari ogni volta messi da parte giorno dopo giorno, i suoi figli, la femmina l'ha rivista dopo 23 anni e solo ora si sono seduti tutti insieme a tavola per la prima volta e lei finalmente è stata felice. C'è Manuel 19 anni che quando l'hanno preso alla frontiera dopo aver viaggiato da solo per giorni non riusciva neppure a farsi capire dai poliziotti perchè parlava solo un dialetto di una regione del Guatamala. C'è Luis, 36 anni, messicano, che è scappato dal suo paese a 9 anni, è riuscito a studiare ed è diventato il primo laureato clandestino della California ed è nel limbo degli illegali, c'è Jessica, che ha 17 anni e il viaggio che ha fatto dall'Honduras alla California non lo augurerebbe al peggior nemico. E oltre alle loro facce e alle loro storie, ci sono le scarpe, gli stracci, uno zainetto di bambino e il confine tra il virtuale e il reale non c'è più , ma virtualmente presente, fisicamente invisibile come dice il regista, e questo è un atto politico.
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