Catalano: faccio il poeta ma volevo essere una rockstar
Oggi a Pescara lo scrittore torinese che affascina i giovani con i suoi versi liberi «Scrivo tanto di amore e di baci probabilmente perché ho iniziato tardi»
di Ylenia Gifuni
Poeta professionista vivente. È così che si definisce Guido Catalano. Torinese, classe 1971, deciso a 17 anni a diventare una rockstar, ma costretto a fare i conti con una dura realtà che lo porta a prendere coscienza che è meglio lasciare da parte le note per ripiegare sui versi sciolti «poiché ci sono più posti liberi», lui una piccola rivoluzione culturale l’ha fatta. Perché in un mondo di accademici che disquisiscono di metrica e rime ma non leggono altri poeti, è riuscito nell’impresa di conquistare migliaia di lettori in giro per l’Italia e di riempire le sale con un pubblico di ammiratori affezionati, soprattutto giovani, che addirittura paga per ascoltarlo e per portare a casa i suoi libri. Dalla sua, Guido Catalano ha l’ironia e la leggerezza dei suoi versi liberi, uno stile divertente, caustico e ad alto tasso di identificazione che si stacca dagli schemi rigidi della poesia studiata a scuola per raccontare di sentimenti e quotidianità, incontri amorosi e baci appassionati, struggimenti, problemi esistenziali e grandi verità «della società moderna occidentale». Oggi, nell’ambito della Giornata mondiale del libro, l’ultimo dei poeti sarà al Palamarina di Pescara ospite del FLA Pescara Festival con il reading “Ogni volta che mi baci muore un nazista” (ingresso libero dalle ore 21 fino a esaurimento posti).
Catalano, perché ha scelto di chiamare la sua nuova raccolta “Ogni volta che mi baci muore un nazista”?
Come faccio spesso, il titolo deriva da una mia poesia. Che in realtà è più un dialogo a tema amoroso. Il titolo è paradossale, ma ha un significato preciso: indica che l’atto del baciare, e quindi l’amore, può sconfiggere il male assoluto, il nazismo appunto, una delle cose peggiori che l’essere umano si sia inventato.
I suoi versi parlano tantissimo d’amore, ma è davvero così importante?
Il 70 per cento delle mie poesie ha al centro l’amore. Ne scrivo tantissimo e sono abbastanza ossessionato dalla questione amorosa, probabilmente perché ho iniziato tardi. Mi è rimasta questa sensazione dentro, un po’ come chi ha sofferto la fame. Io la chiamo una felice ossessione.
Lo stesso fa dei baci. Sul suo sito scrive: “Baciatevi tutti, baciatevi molto e ditelo agli amici”. Perché questa centralità?
Il bacio è uno degli atti fondamentali del rapporto amoroso. Ma non è importante soltanto dal punto di vista sessuale: si baciano i figli, gli amici. Oggi l’età media del primo bacio si è abbassata (rispetto a cosa poi non l’ho mai capito). Io, invece, anche il nobile atto del bacio ho iniziato a praticarlo tardi.
A quanti anni?
Non ricordo bene, ma era intorno ai 20 anni. Quindi abbastanza tardi.
Come mai non tratta temi di impegno sociale o politico?
Non è che non mi interessi alle grandi questioni, ma non sono capace di parlarne in forma poetica. Ci ho anche provato, ma senza successo. La poesia per essere tale deve avere una sua qualità artistica. Quando non riesco a scrivere poesie che mi soddisfano, allora evito di farlo.
Come ha fatto a svecchiare un genere considerato così datato?
Quando ho capito che da grande non sarei diventato una rockstar, ma avrei fatto il poeta professionista vivente, ho iniziato ad andare in giro in luoghi non convenzionali per leggere le mie poesie e portarle dove normalmente non si portavano. Ho voluto parlare d’amore, ma con un registro non convenzionale, ironico e autoironico. Raccontando storie semplici, in cui ci si può identificare in maniera diretta, ma che non hanno nulla in comune con la poesia accademica. Questo ha funzionato e, nonostante non sia più giovanissimo, a 46 anni mi seguono nei locali tantissimi ragazzi a partire da 16, 18, 20 anni in su. L’amore è un tema che esiste da sempre, ma il registro ironico e comico è il mio marchio di fabbrica. Ma non l’ho mica inventato io: per primo lo ha fatto Woody Allen nei suoi film.
Gli accademici che difendono la poesia con la “p” maiuscola la odiano, accusandola di essere quasi un criminale, il popolo del web e dei social invece la acclama. Come si sopravvive tra questi due fuochi?
Credo che gli odiatori o gli haters siano un fatto naturale quando si inizia ad avere un minimo di successo. È una cosa che ti capita quando sei conosciuto ed è un buon segno, poiché altrimenti vorrebbe dire che ti conoscono soltanto gli amici, i parenti e tua zia. Con i social, poi, è esplosa la possibilità di dire quello che si vuole senza particolari turbamenti, sfociando non solo nella critica ma anche nell’insulto. Penso che sia una cosa che ci sta e a volte, francamente, addirittura mi diverte.
Quanto ha influito sul suo diventare poeta professionista vivente abitare a Torino in una città relativamente piccola?
Molto, perché Torino è una metropoli, ma in piccolo. Questo comporta che tu fin da bambino inizi ad avere voglia di uscire, e questo è utile, un po’ come succede in un piccolo paese. Invece nelle grandi città come Roma o Milano si ha la tendenza a rimanere. Torino è una città dura, per nulla semplice, ma è un’ottima palestra e quindi se riesci lì vuol dire che lo farai anche fuori.
In futuro c’è un secondo romanzo nel cassetto dopo “D’amore si muore ma io no”?
Il secondo romanzo c’è, ma è ancora in fondo al cassetto, nel senso che vorrei iniziare a scriverlo ma non so bene da dove iniziare. Parlerà sicuramente d’amore, ma non so ancora in quale forma.
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