Cinema, quegli amori gay che non fanno più scandalo

In televisione e sul grande schermo commedie, racconti di formazione e drammi Ecco le pellicole che stanno cambiando la percezione dell’universo omosessuale
Ne è passato di tempo da quando per le persone omosessuali al cinema la caratterizzazione oscillava ineluttabilmente tra macchietta e vizio, e la destinazione finale tra sberleffo o morte. Ora, in tempi liquidi in cui la fluidità si estende anche al gender, le quote lgbtq (lesbian, gay, bisex, transgender, queer) sono presenti ovunque, dai film per il grande schermo alle serie tv. Anzi, sempre più spesso la trama queer è quella principale.
Nell’inverno di un anno fa la Rai ha portato in prima serata con “I Bastardi di Pizzofalcone” (ora in replica) la storia d’amore tra la poliziotta Alex e la dirigente della scientifica Rosaria Martone, scatenando un’interrogazione parlamentare a dispetto dell’ottima audience. Ma più o meno in tutte le serie la coralità dei personaggi si articola anche sul versante lgbtq. Dalle dottoresse Callie e Arizona di “Grey’s Anatomy” all'hacker transgender Nomi Marks di “Sens8”, serie con attrice e registe, Jamie Clayton e le sorelle Lana e Lilly Wachowski (trilogia di “Matrix” e il lesbo-noir “Bound”) a loro volta transitate dal maschile al femminile. Nella serialità televisiva, che più del cinema garantisce agli autori più libertà creativa, l’attuale esplosione della queerness è debitrice a produzioni pioniere come il lesbicissimo “L Word” e il rivoluzionario “Glee”, che dal 2009 ha fatto sentire gli adolescenti gay meno soli. E l’adolescenza queer ha avuto finalmente il suo film romantico sul grande schermo col recente “Tuo, Simon” di Greg Berlanti, prima commedia sentimentale di una major, la Fox, con protagonista un teen-ager gay.
Rotti gli argini, la marea cinematografica queer ha dilagato in questa stagione con “Puoi baciare lo sposo”, “Chiamami col tuo nome”, “The Happy Prince”, “La terra di Dio”, “L’arte della fuga”, “120 battiti al minuto”, “Sposami, stupido!". Commedie, racconti di formazione, drammi, film militanti, farse, sempre col tema gay al centro. E quando la relazione tra persone dello stesso genere non è centrale, come in “Amori che non sanno stare al mondo”, diventa comunque esperienza fondamentale per l’evoluzione del personaggio. Ma la libertà di rappresentazione, e visione, dell’omosessualità non c’è sempre stata.
Fino a pochi anni fa Rai e Mediaset mutilavano i film gay. Al primo passaggio televisivo il pluripremiato “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee (2005) fu pesantemente tagliato. Tre sere fa, invece, Rai3 ha programmato nel prime time e senza tagli l’ipnotico “Carol” (2015), melodramma amoroso tra l'elegante signora borghese del titolo (Cate Blanchett) e la giovane Therese (Rooney Mara) tratto dal maestro Todd Haynes, memore del melò fiammeggiante alla Douglas Sirk, dal romanzo giovanile di Patricia Highsmith “The Price of Salt”. La felicità ha un prezzo: per Carol altissimo, rinunciare alla figlia. Del resto siamo nell’America perbenista dei primi anni Cinquanta, in cui l'omosessualità era reato e la scure censoria del codice Hays del 1930 ancora si abbatteva sulle pellicole. Operazioni come “Carol” o, sempre di Haynes, il sublime “Lontano dal Paradiso” (2002), risarciscono il cinema degli anni Cinquanta portando in superficie ciò che all’epoca non poteva rivelare.
La rappresentazione della gayezza, che nel cinema delle origini godette di una relativa libertà (“The Gay Brothers” di William Dickson, “A Florida Enchantment”di Sidney Drew), si immerse a lungo nei sottotesti, che solo il pubblico gay sapeva decriptare. Gli esempi di cinema velato si sprecano. Per restare a titoli notissimi, “La gatta sul tetto che scotta” di Richard Brooks, “Butch Cassidy” di George Roy Hill, “Eva contro Eva” di Joseph Mankiewicz. Altrimenti, quando i personaggi omosessuali erano visibili, non sfuggivano alla parabola vizio-perdizione-espiazione, come in “Quelle due” di William Wyler (1962). “Cuori nel deserto” dell’americana Donna Deitch (1986) è il film spartiacque: non solo le due protagoniste non finiscono male, ma vanno a vivere insieme. La vera esplosione arriverà col New Queer Cinema degli anni Novanta, di cui furono esponenti tra gli altri Todd Haynes, Gus Van Sant, Gregg Araki, Derek Jarman, Rose Troche, Patricia Rozema, accomunati dal desiderio di parlare innanzitutto al pubblico queer con temi che lo riguardassero: coming out, orgoglio, Aids, unioni civili. Il resto è cinema recente.
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