«Colaiuta? L’ho chiamato porno divo, non maiale»

Dopo la querela Sgarbi risponde all’ex spogliarellista fidanzato della senatrice Pezzopane
L’AQUILA. «Uno fa lo spogliarellista e non vuole essere chiamato pornodivo... mi sembra una finezza! È come se io mi offendessi perché mi chiamano storico dell’arte invece che critico d’arte! E poi l’ho chiamato “pornodivo”, mica maiale».
Vittorio Sgarbi non usa mezzi termini nel replicare alla notizia della querela per diffamazione annunciata da Simone Coccia Colaiuta, il compagno della senatrice aquilana del Pd, Stefania Pezzopane, che dice di essersi sentito offeso dall’appellativo che il critico d’arte gli ha rivoltonel corso della presentazione del libro sul pittore abruzzese del Quattrocento, Saturnino Gatti avvenuta, sabato scorso all’Auditorium del Parco, all’Aquila.
Simone Coccia Colaiuta, ex spogliarellista e neo-cantante (l’altro ieri è stato pubblicato il suo primo singolo, “Numero Zero”), aveva annunciato, mercoledì scorso, di avere intenzione di querelare Sgarbi per diffamazione perché lo aveva definito «un noto porno divo». «Durante il discorso di presentazione», aveva spiegato l’ufficio stampa del modello, «Sgarbi aveva ricordato un suo viaggio a in città, nei giorni successivi al terremoto del 6 aprile 2009: “Ricordo di essere venuto all’Aquila e di aver incontrato il sindaco della città, l’onorevole Massimo Cialente, e la senatrice Stefania Pezzopane, quella che adesso sta con il noto porno star”».
«Non rimango scioccato dall’affermazione di Sgarbi e se avessi fatto una professione del genere non la rinnegherei, ma non è così», aveva commentato l’ex spogliarellista nell’annunciare la querela. «Sono indignato e offeso di come ripetutamente si cerca di denigrare il lavoro della mia compagna utilizzando me. Il tono dispregiativo utilizzato da Sgarbi non lasciava alibi a interpretazioni diverse».
Insomma, quello del porno divo è un mestiere disdicevole ed è , quindi, offensivo definire qualcuno come star a luci rosse? La cosa strana di questa contesa fra Sgarbi e Colaiuta è che né l’uno né l’altro pensano che sia offensivo fare sesso dal vivo davanti al pubblico. I tribunali già abbastanza gravati da cause in attesa di giudizio potrebbero sicuramente impiegare meglio il loro tempo piuttosto che occuparsi di questioni che, un tempo, si risolvevano con un faccia a faccia, magari davanti a un bicchiere di vino, non di certo all’ombra della scritta “La legge è uguale per tutti”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA