Colasanti: «Porto l’Abruzzo nei templi della musica»

Il direttore d’orchestra di Pretoro a Praga con la Westböhmisches Symphonieorchester «Quando sono sul podio sento l’emozione e l’orgoglio di una terra meravigliosa»
PESCARA. Se gli chiedi cos’è come persona, la mette sulla «necessità di verificare che cosa accadrebbe dopo la scadenza della nostra fisicità, a patto che si possa fare». E se la sua vita fosse la trama di un film, gli darebbe il titolo de “La guerra lampo dei Fratelli Marx”, «un film iconoclasta», sottolinea, «che fa a pezzi la logica, l’autorità, il perbenismo e, soprattutto, la concezione manichea per cui esiste il buono così come c’è il cattivo, il bianco con il nero, l’alfa e l’omega». Maurizio Colasanti, classe 1966, è uno dei più giovani direttori d’orchestra italiani. Precocissimo, a sette anni ha tenuto il suo primo concerto solistico, ha studiato direzione d’orchestra nelle scuole di Vienna, Ginevra e Budapest. È insegnante in alcuni dei più importanti conservatori di musica internazionali, tra i quali l’Illinois State University di Chicago, la Royal College of music di Melbourne e il Conservatorio di musica di Quito. Nato a Chieti, Colasanti è cresciuto a Pretoro, ai piedi della Maiella. È sposato con Ivana Francisci e ha tre figli: Agnese, di 19 anni; Arturo Libero di 13 e Isotta Maria di 8. In questi giorni è a Praga dove sta dirigendo una delle orchestre più antiche e blasonate del vecchio continente: la Westböhmisches Symphonieorchester. Nella capitale della Repubblica Ceca, Colasanti è alle prese con un programma dedicato interamente a Beethoven. Allo Stadttheater sta dirigendo il Concerto n.5 per pianoforte e orchestra e la Sinfonia n. 5, due brani del grande repertorio che rappresentano le vette più alte del sinfonismo di sempre.
Maestro Colasanti, dal paesello ai grandi scenari musicali. Che cosa ne pensa?
«Sono cresciuto a Pretoro è vero, ma non lo chiamerei un paesello. È un grande posto, un luogo pieno di energia che ha contribuito con la sua gente e la sua tradizione musicale a farmi diventare quello che sono adesso. Ormai viaggio in tutto il mondo, grandi città, metropoli, grandi teatri, ma in fondo al cuore resto sempre uno di Pretoro».
Che cosa porta dell’Abruzzo in questi grandi eventi?
«Mi piace pensare che in ogni mio concerto la gente, il pubblico, possa pensare “chissà da dove viene, chissà dove ha trovato queste emozioni”. Ecco, dell’Abruzzo porto con me l’emozione e l’orgoglio di una terra e di gente meravigliosa.
Il maestro Colasanti nel privato?
«Sono sposato, ho tre figli, una marea di amici nel mondo. La mia famiglia mi sopporta nelle mie lunghe assenze».
Che cosa significa per lei dirigere un’orchestra?
«Prima di tutto bisogna saper ascoltare, i suoni al primo posto. Poi è necessario accogliere le intenzioni, le rivelazioni di ogni musicista che fa parte del gruppo. Dirigere un’orchestra significa provocare l’armonia, l’equilibrio tra le proprie intenzioni ideali e le vite degli uomini che insieme a me, in quel preciso momento, creano quella cosa magnifica che si chiama musica».
Ecco, appunto: che cos’è per lei la musica?
«È un’esperienza sensoriale che nessuna metafora può riuscire a spiegare ma che è essa stessa la spiegazione. La musica è ontogia pura, è ciò che esiste nella sua essenza in quanto fenomeno. La musica è chi ascolta».
Maestro, prima di andare a Praga è stato a Chicago, sul podio dell’Illinois Symphony Orchestra e in altre città di quello Stato per dirigere uno dei brani più importanti del repertorio sacro di un direttore d’orchestra: la Messa da Requiem di Verdi.
«Sì, è stato un evento dal grande valore simbolico e di grande impatto emotivo. Una grandiosa ricapitolazione di tutta una vita non solo artistica. Il pensiero metafisico di Verdi si fa musica e la morte, sempre presente nelle sue opere, qui si fa paradigma di un’esistenza etica di assoluta profondità morale e spirituale».
Da Chicago e Praga passando da Verdi e Beethoven: perché loro due?
«Perché mi sento a mio agio, rappresentano due tra i più grandi esempi di musicisti che l’umanità abbia avuto. E poi perché ogni volta che affronto queste pagine sento che il pubblico vibra con tutta l'orchestra, e ciò mi riempie di gioia».
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