«Con la Gialappa’s i personaggi migliori Ma Molière è eterno»

L’attore stasera al teatro dei Marsi di Avezzano con “Il malato immaginario”: «Argan è attualissimo»
AVEZZANO. Sarà un malato immaginario con meno tosse e più problemi esistenziali quello chstasera alle 21 porterà in scena al teatro dei Marsi di Avezzano Gioele Dix. Nell’ambito della stagione di prosa firmata da Lino Guaciale la compagnia Teatro Franco Parenti farà riflettere tutti, e anche sorridere, con una versione tutta nuova de “Il Malato Immaginario” di Molière.
Sul palco dunque protagonisti Dix nei panni di Argan e Anna Della Rosa in quelli di Antonietta, con la regia di Andrée Ruth Shammah. Gioele Dix, nome d'arte di David Ottolenghi (Milano, 3 gennaio 1956) attore, comico e regista, ha deciso dopo circa 40 anni di tornare a misurarsi con Molière. Ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo del teatro grazie a una cooperativa, il Teatro degli Eguali, e poi pian piano è arrivata la Tv. E la fama. Così l’attore si racconta al Centro.
Come ha intrapreso la strada del teatro? Quali sono state le difficoltà incontrate?
All’inizio tantissime perché non sono figlio d’arte e non avevo alcun tipo di aiuto e di conoscenza dell’ambiente. È stata una scalata difficile, anche se nel ‘78, quando ho cominciato, c’erano molte iniziative nel mondo dello spettacolo. La cooperativa era fatta da tanti giovani, con molta energia, e riceveva anche degli aiuti, seppur minimi, dallo Stato. Io ho iniziato a fare teatro con i bambini: è una mia grande passione e mi piacerebbe tornare a farlo perché è un pubblico molto intelligente che ti richiede molta concentrazione. Una bellissima palestra. Nonostante le belle esperienze, però, è stato difficile imporre un proprio stile. Io ci sono riuscito solo dopo 10 anni, dopo la gavetta diciamo. Ho avuto le giuste intuizioni e poi, diciamo la verità, ho tanta tigna: io volevo farcela per forza. In questo mestiere, purtroppo, si fanno due passi avanti e quattro indietro e bisogna resistere.
Negli anni ’90 l’approdo in tv: attore, imitatore. Come ha vissuto il salto dal palco al piccolo schermo?
Aspettavo di avere una grande occasione e sapevo che la televisione poteva offrirmela. Con l’avvento delle tv private si è capito che era decisivo arrivare al piccolo schermo per fare il salto di qualità. Era completamente diverso dal teatro, e non era così facile. In una sera ti trovavi davanti a tantissimi spettatori, ma si trattava di un pubblico silente. Per me fondamentali sono stati Rai 2 e poi Maurizio Costanzo che mi invitava sempre al suo show. Ma il vero motivo per il quale ho fatto il comico è stato “Mai dire gol”.
Da lì i suoi personaggi sono entrati nel linguaggio di una generazione . In molti ricordano e ridono ancora per il so “automobilista incazzato”, dal quale è nato anche un libro. In che modo questa popolarità ha cambiato il suo modo di rapportarsi con il pubblico e con il suo lavoro?
Sicuramente ha influito molto. Per un comico essere fermato e riconosciuto per strada è decisivo, anche perché se nessuno ti ferma è una tragedia. È diciamo un passaggio fondamentale, quando la gente ti vede, conosce le tue battute, ma soprattutto si riconosce in te è propositivo. L’automobilista il pubblico lo amava perché vedeva un pezzo di sé. È una sorta di catarsi quando il teatro serve per sciogliere dei nodi che hai dentro e per conoscerti meglio. Il teatro può essere uno strumento penetrante di analisi.
Come prendono forma i suoi personaggi?
La maggior parte dei miei personaggi sono nati da un gruppo di lavoro, in particolar modo quello della Gialappa’s con i suoi autori. Un vero laboratorio di idee nel quale ci si confrontava. Si lavorava sulla durata poi del personaggio. Si diceva tra noi: sì ok fa ridere, ma quanto dura? Abbiamo trovato nel tempo dei personaggi duraturi. Poi ovviamente ti aiuta molto la fantasia e la creatività.
Moni Ovadia ha scritto un libro sull’umorismo ebraico e le sue mille sfaccettature. Lei ha avuto modo di confrontarsi con questo tipo di umorismo? Cosa ne pensa?
Il popolo ebraico è un popolo difficile da definire. Si è conservato grazie a una fede e a una cultura, è un popolo senza terra ma generalmente molto abituato a leggere e pensare e anche a soffrire. Per questo ha sviluppato un senso comico molto forte. Io l’umorismo ebraico l’ho ricevuto in eredità da mio padre e da mio nonno, che faceva morire dal ridere senza fare una battuta.
Era capace di fotografare una persona in modo ironico, e magari a te quella stessa persona non aveva lasciato nulla. Credo che questa sia una caratteristica che hanno molti ebrei.
Ad Avezzano arriverà con il malato immaginario di Moliere, che riportata in scena dopo anni, in che modo è stato rimaneggiato lo spettacolo?
Questa è una nuova edizione, che ha la stessa regista, Andrée Ruth Shammah, dello spettacolo degli anni 80’, nel quale io ero presente. Tre anni fa la convinsi a riportarlo in scena, lei non voleva e invece abbiamo fatto un buon lavoro. Lo spettacolo è diverso, sono passati quaranta anni e cambiando attori e protagonista è ovvio che tutto si modifica, ma il testo è sempre lo stesso. Quando uno è grande dura per 400 anni e più.
La forza sta nell’aver raccontato una sindrome nella quale ci si può identificare oggi come ieri. Argan è un personaggio che descrive bene tanti di noi, che ci barrichiamo dietro la salute e i malanni per difenderci dalla vita e dalla fatica degli affetti. Io però ne ho fatto uno che è meno malato dal punto di vista fisico, tossisce meno diciamo, ma poi quando lo fanno arrabbiare ha molta energia. Possiamo dire che fisicamente sta bene, ma di testa no.
Che pubblico ha trovato nei teatri abruzzesi?
Vengo per la prima volta ad Avezzano, ma sono stato all’Aquila, a Pescara, a Sulmona. Mi ricordo che a Sulmona girai anche un film anni fa. In Abruzzo ho sempre trovato un teatro con una lunga tradizione e di conseguenza un grande pubblico. A mio avviso l’Abruzzo è una terra che dà valore al teatro perché qui il teatro ha una sua storia.
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