Crainz: l’Italia dal “miracolo” al punto più basso

Lo studioso ed editorialista oggi a Teramo con il suo nuovo libro “Storia della Repubblica”
di Giuliano Di Tanna
Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà. La citazione gramsciana è molto abusata ma interpreta bene il Paese che viene fuori da “Storia della Repubblica. L'Italia dalla Liberazione ad oggi”, il nuovo libro di Guido Crainz che ricapitola e aggiorna la trilogia iniziata nel 2003 con “Il Paese mancato”. Crainz, 69 anni, friulano, storico ed editorialista di Repubblica, lo presenterà oggi alla biblioteca Delfico di Teramo. L’incontro (si legga l’articolo qui accanto) è organizzato dall’università di Teramo in cui ha tenuto la cattedra di storia contemporanea, fino a due anni fa. Del libro Crainz parla in questa intervista al . Centro.
C’è un filo conduttore che tiene insieme la storia dei 70 anni della Repubblica?
Questa storia io la leggo come un modo di essere degli italiani e di intendere il futuro. Mi spiego con un esempio. Negli anni Ottanta viene creato il termine rampantismo. Questo modello, però, è presente anche negli anni del miracolo economico. Ma negli anni Settanta ci sono anticorpi collettivi – i partiti, i sindacati, i movimenti giovanili – capaci di frenare gli egoismi individuali. Poi questa capacità viene progressivamente meno. Io non credo, però, a quelli che dicono che gli italiani sono sempre stati antipolitici. Basta guardare ai dati dell’affluenza al voto. Dal 1948 al 1980 va a votare più del 90 per cento degli aventi diritto. Nei successivi trent’anni, quella percentuale scende progressivamente al di sotto del 50.
Qual è stato l’apice positivo della storia repubblicana?
Direi la prima parte, quella che va dalla Ricostruzione al Miracolo economico. Un periodo in cui c’erano contraddizioni forti come l’emigrazione interna, ma in cui l’Italia passa da essere un Paese molto piccolo fino a diventare uno dei più grandi Paesi del mondo. L’Italia entra in quel periodo con un indice di produzione industriale di più 9 e ne esce con un più 12. E’ una situazione in cui tutti i Paesi migliorano, ma noi miglioriamo di più: superiamo nazioni come il Belgio e ci avviciniamo addirittura a Francia e Germania. Ho visto di recente un manifesto del 1961 per il centenario dell’unità di Italia. C’erano dei bambini con il grembiulino di scuola che corrono vero il futuro. Una cosa del genere, nel 2011, non sarebbe venuta in mente a nessuno. Ecco, quello che caratterizza gli anni che viviamo è proprio la mancanza di fiducia, l’incapacità stessa di concepire il futuro. Negli anni del Miracolo economico, i genitori sapevano che i loro figli avrebbero avuto una vita migliore della loro. Oggi non più .
Qual è stato il punto più basso della parabola della Repubblica?
Penso che sia oggi. Anche se ci sono indubbiamente energie positive per risalire, benché sempre più sfiduciate. Ciò che manca è un riferimento, la possibilità di immaginare un’Italia simile a quella sognata da quei ragazzini del 1961. Questa è la differenza che c’è anche rispetto al 1992-1994, gli anni di Tangentopoli e di Mani pulite».
Cioè?
Si pensi alle dimensioni molto più macroscopiche che ha raggiunto la corruzione. Allora, ci si chiedeva se fosse peggiore rubare per se stessi o per la politica. Oggi siamo passati dal rubare per la politica a rubare alla politica. C’è stato il prevalere del cinismo.
Nel libro lei sostiene che la Seconda Repubblica è caratterizzata da una devastazione etica che si è innestata sul tracollo del sistema dei partiti. Perché?
Lo spartiacque, in questo senso, è la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. C’è un prima e un dopo che sono separati da due funerali veri, quelli di Moro e di Berlinguer, e da uno simbolico, la Marcia dei quarantamila a Torino, che segna la fine del mondo industriale. Quegli anni annunciano la fine dei partiti tradizionali e la nascita del modello del partito personale; si pensi al Craxi eletto per acclamazione in un congresso del Psi. Poi, negli anni Ottanta, il rapporto fra partiti e società è caratterizzato sempre di più come una sorta di pactum sceleris fra eletti ed elettori, con il prevalere degli interessi degli uni o degli altri sul bene pubblico. E’ questo che fa lievitare il debito pubblico che è un macigno non solo economico ma anche etico. L’Italia diventa un Paese che si abitua a spendere al di là delle sue forze.
Che cosa sono le «terre incognite» in cui secondo lei ci troviamo di fronte oggi?
E’ lo scenario internazionale in cui ci troviamo. Quella che era stata la grande speranza della mia generazione, l’Europa, attraversa un momento di crisi profonda. Abbiamo vissuto con gioia la caduta dei muri e adesso abbiamo un muro al Brennero. E ci dimentichiamo che è impossibile immaginare la ripresa in termini simili a quelli degli anni Sessanta. Lo stesso welfare va ripensato tenendo conto di previsioni demografiche e di crescita economica che sono radicalmente mutate rispetto a quelle di cinquant’anni fa.
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