Cristina Battocletti: nel mio romanzo indago le origini delle nostre infelicità

La giornalista e scrittrice di Cividale del Friuli è entrata nella terna con “Epigenetica” «Trovo emozionante che io cerchi di ricalcare i passi proprio del geniale autore pescarese»
PESCARA . «Paura, emozione, senso di bellezza, gioia, stranezza». Una tempesta di sentimenti per Cristina Battocletti, giornalista e scrittrice di Cividale del Friuli, entrata con il suo romanzo “Epigenetica” (La nave di Teseo) nella terna finalista dei Premi Flaiano Narrativa 2024. Con lei Antonio Franchini con “Il fuoco che ti porti dentro” (Marsilio) e Dario Voltolini con “Invernale” (La nave di Teseo). Il premio verrà assegnato domenica 30 giugno a Pescara.
Battocletti, dopo il Premio Merano, il 6 giugno scorso, il suo romanzo è finalista al Flaiano. È felice?
È un’emozione fortissima, il Flaiano è un premio che fa tremare i polsi e per più di una ragione. Innanzitutto per la statura di colui a cui è intitolato, esempio di genialità e irregolarità. Ennio Flaiano ha tenuto dentro di sé i più privati sentimenti ma sapeva anche squadernare campi, raccontare la società in forma di cinema, nella scrittura giornalistica e narrativa. Trovo ancora più emozionante il fatto che, magari inconsapevolmente, io cerchi di ricalcarne i passi. Adoro il cinema, scrivo di critica cinematografica, sono giornalista, mi piace scrivere.
“Epigenetica” racconta una storia di sofferenza e di legami familiari. Come nasce?
È un libro con un incipit nella scienza che racconta che il dolore e le emozioni sono trasmissibili. Questo è scientificamente dimostrato. Volevo raccontare una delle situazioni che nella società vengono considerate riprovevoli: una madre, Maria, la protagonista, abbandona il proprio figlio senza motivazioni economiche. Ho voluto analizzarne il perché, forse perché è imprigionata nella stessa gabbia neuronale dei suoi avi? La madre di Maria, si scoprirà, l’aveva abbandonata a sua volta, e forse anche lei era stata abbandonata. Mi piaceva raccontare il perché Maria fosse una persona distonica che vive un’infanzia squilibrata, rapita da un senso di amore verso la famiglia d’origine, a sua volta disfunzionale. Quello che ci insegna l’epigenetica è che se hai una situazione familiare psicologicamente molto turbata puoi fotografarla, capirne i limiti e migliorarla sia ricorrendo alla psicanalisi sia attraverso psicofarmaci qualora servano. Lo stesso può accadere a livello fisico. Consigliata da uno scienziato, Guido Antonelli, ho seguito le conferenze sui tumori. Oltre a medicina, chirurgia e farmaci quali primi antidoti in assoluto, esistono comportamenti virtuosi che ci possono migliorare la vita. Il mio libro ha una luce nel fondo e la lingua usata è corrispondente alla distonia di Maria. È un messaggio di speranza per chi parte da un disagio fisico o psichico: fotografandolo non si può che migliorare.
Perché ha voluto affrontare questo argomento?
Ho un passato di biografa e sono friulana: mi sono sempre chiesta il perché del comportamento così triste nella gente che vive in quelle terre di confine. Non poteva essere solo la pioggia battente, il clima rigido. Oltre Roma e Milano il romanzo l’ho ambientato a Grado, isola lagunare dove non si scende a nuotare perché l'acqua è bassa, un’isola bella ma marginale come si sentiva la protagonista del romanzo, Maria. Ho voluto indagare il perché esistano dei caratteri, delle condizioni umane e ambientali che influiscono sulla psiche. Avendo scritto due biografie – di Bobi Bazlen fondatore di Adelphi con Luciano Foà, e di Giorgio Strehler – mi sono resa conto di quanto l’ambiente, le due guerre mondiali, la guerra fredda e quanto altro i è accaduto abbiano condizionato il modo di essere della gente del posto, forse anche il mio: una certa malinconia. La scienza ha finalmente spiegato perché. I grossi traumi e le cose belle si scrivono chimicamente sul Dna lasciandone traccia. Le persone riproducono anche le stesse gestualità dei genitori che non hanno conosciuto oppure certi tratti del carattere. Guardando indietro ai miei avi, questo mi ha personalmente giustificato per il mio carattere malinconico e mi aiuta a migliorare quella che sono. Ho voluto raccontarlo in questo libro cercando col linguaggio usato di corrispondere a quello che era questa donna di fatto instabile pur non essendo matta.
È un tempo buio per l'umanità. Come guarda al futuro?
Mi sono molto rilassata leggendo Il Conte di Montecristo di Dumas, ho pensato che se a Roma c’erano i briganti e adesso non ci sono più vuol dire che la nostra società ha fatto comunque grandi passi avanti. Questo vuol dire che noi continuiamo a lamentarci di una società che in fondo si è evoluta quando solo nell’800 nemmeno si riusciva a passare il confine tra regione e regione e ancora non ci si comprendeva perché non si parlava un’unica lingua. Abbiamo fatto grandissimi passi avanti, siamo una società che ha una notevole consapevolezza della globalizzazione, ce l’hanno soprattutto i ragazzi: quando gli parli di confini e passaporti non sentono, ma credono in un’Europa acquisita, sono cresciuti in un periodo di pace lungo mentre forse noi eravamo figli di gente che aveva fatto la guerra per cui ricordiamo bene e abbiamo capito il problema. Credo che i giovani ci insegneranno a essere diversi da quello che siamo, sono già globali, sanno le lingue già da piccoli perché seguono le serie tv in inglese e francese. Secondo me è impossibile tornare indietro, l’unica cosa è fermare i massacri. Loro avranno un antidoto, politico o di protesta che sia, già il fatto che scendano in piazza per l'ambiente, che condannino il body shaming o gli atteggiamenti razzisti li rende magnifici. E gli immigrati ci insegneranno tantissime cose, loro hanno una gioia che noi non abbiamo, hanno veramente nostalgia del proprio Paese, dove stavano benissimo prima che arrivassero le guerre, c’era calore, solidarietà. Noi abbiamo tristezze profondissime derivanti dal consumismo, acquisiamo un bene e la nostra felicità dura un’ora e poi passa. Loro sanno essere felici con molto meno. Penso che questo nuovo entusiasmo gioverà a questa nostra società stanca.