Dal passato all’oggi lo sport più bello assediato dall’odio

Il giornalista Castellani a San Giovanni Teatino presenta il suo volume “Un calcio al razzismo”
SAN GIOVANNI TEATINO. Venti storie di sport segnate dal dolore ma comunque magari in grado di contribuire alla costruzione di un futuro senza odio e violenza ma anche lontani dall’intolleranza, dall’insulto sistematico e dalla puntuale denigrazione dell’avversario.
“Un calcio al razzismo” (Giuntina 2019) è tutto questo. Un libro scritto da Massimiliano Castellani, giornalista di Avvenire e responsabile dell’inserto Agorà dello stesso quotidiano, assieme a Adam Smulevich dell’ufficio stampa dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che l’autore presenterà oggi, alle ore 18, alla libreria dell’Ipercoop a Sambuceto in un incontro organizzato in collaborazione con il Festival Rocky Marciano di Ripa Teatina.
«Va ribadita con forza», afferma Castellani, «la consapevolezza del fatto che lo sport, e il calcio in particolare, non possa rappresentare un mondo separato da tutto il resto. Il rischio è l’autodistruzione e una speranza di salvezza può venire, appunto, solo dal vedere e denunciare per tempo tali pericoli». Le pagine scorrono agili quanto intense e il racconto spazia attraverso volti e vicende appassionanti come quelle di Arpad Weisz – il giovane allenatore ebreo ungherese che portò in Italia il “sistema”, vinse tre scudetti con Inter e Bologna e morì ad Auschwitz – per arrivare a Lilian Thuram, difensore della Francia campione del mondo ed ambasciatore dell’Unicef, con quel suo grido: «così non si può continuare, basta indifferenza» a fronteggiare i primi ululati razzisti che si alzavano negli stadi. Una sequenza di racconti che si allungano attraverso sei capitoli: “Bel Danubio blu”, “Il calcio nei lager”, “In campo per la vita”, “La rinascita”, “Il segno ebraico” e “Le ferite aperte”. Ed eccoli, i tanti talentuosi calciatori ungheresi perseguitati per le loro origini ebraiche, di incredibile intensità la storia di quelle partite organizzate nei lager tra guardie e prigionieri.
«Un po’ nel segno del famoso film “Fuga per la vittoria”», continua Castellani, «ma comunque immagine del dramma di tante persone, magari anche su fronti opposti, coinvolte tutte da una medesima follia». C’è spazio per le suggestioni calcistiche di Giorgio Bassani e per il sogno di riscatto del giornalista Massimo Della Pergola, ebreo triestino rinchiuso in un campo di internamento svizzero dove cominciò a pensare ad un concorso pronostici inventando la schedina del Totocalcio.
«L’odio razzista e l’intolleranza hanno contaminato il mondo del calcio diffondendo un veleno troppo spesso purtroppo sottovalutato e colpevolmente minimizzato. Basta assistere a una partita di un campionato Giovanissimi e rimanere allibiti, a bordo campo, dal comportamento dei genitori che spesso insultano un ragazzino perché ha un diverso colore della pelle. Pensando, chissà, che quel ragazzino possa minacciare il futuro dei “nostri figli”. Ora calciatori ed un giorno, forse, uomini in cerca di un lavoro. Ed è tutto molto triste. Lo dico da grande appassionato di calcio e questo libro rappresenta la sintesi di tante esperienze negative nelle quali mi sono resto conto della crescita esponenziale di parole cariche di odio che trovano incredibile cassa di risonanza nelle gradinate di uno stadio e, più di recente, attraverso i social».
Da tempo Castellani è in prima linea nel denunciare legami tra il calcio e la Sla con dossier come “Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano”, “Il Morbo del Pallone. Gehrig e le sue vittime” e “Il male oscuro del pallone”. Inchieste portate avanti per anni e accompagnate dalla convinzione che il calcio possa ancora avere una sua letteratura attraverso la pubblicazione del libro “Continuano a pensare con i piedi”.
«Un omaggio a Osvaldo Soriano, il più grande narratore di calcio, che ha insegnato come si possa essere dei bravi giornalisti sportivi senza rinunciare ad affondi poetici e letterari», conclude Castellani. Storie di vita, quelle che ha raccontato, «ovviamente in antitesi con il vocìo di quanti hanno reso il calcio un multiforme assieme di banalità retoriche in un mondo peraltro popolato da becero giornalismo urlato».
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