“Destini”, la storia di 5 grandi assassini nell’età dell’innocenza

22 Dicembre 2020

Il romanziere, saggista e studioso Bruno Nacci racconta in forma diaristica o epistolare i cattivi del ’900 e non solo

PESCARA. Come appare il male sulla scena del mondo? Attraverso quali volti s’incarna quello portato dall’uomo? Shakespeare, nel Riccardo III – la più cupa delle sue tragedie – all’urlo disperato della vittima: «Non c’è animale tanto feroce da non conoscere un briciolo di pietà!» fa dare da Riccardo la celebre risposta: «Ma io non conosco pietà e perciò non sono un animale»; l’uomo, cioè, può essere molto peggio di una belva.
E belve sono i 5 protagonisti del nuovo libro di racconti di Bruno Nacci intitolato Destini, appena pubblicato da Ares. Quattro di loro sono scelti dal Novecento e presentati in particolari e apparentemente innocue fasi della loro vita: Hitler, quando era a Vienna un giovane pittore senza mezzi; il numero due del suo futuro regime, l’architetto Albert Speer, uscito dal processo di Norimberga con una mera condanna al carcere; Loan, il capo della polizia del Vietnam del Sud ritiratosi a gestire un ristorante in Virginia; Pol Pot, il leader cambogiano genocida del suo popolo, quando a Parigi era uno studente modello; e infine il filosofo Lucio Anneo Seneca, per il quale si fa un salto indietro di 2000 anni, operazione per più versi sorprendente, giacché su Seneca – precettore di Nerone e poi sua vittima costretta al suicidio – aleggiava fama di contiguità, attraverso il pensiero stoico, al cristianesimo predicato a Roma da san Paolo, l’apostolo delle genti anche lui giustiziato dall’imperatore. Nacci, profondo conoscitore e spesso ospite dell’Abruzzo, è un famoso francesista, saggista, studioso e autore di narrativa (due libri di racconti negli ultimi anni sono stati pubblicati dal chietino Solfanelli), nella cui produzione si rinviene un canone oggi raro e desueto: la libertà di ispirazione come prova dell’autenticità di quest’ultima. In altre parole coi racconti di Nacci si risale per vie misteriose al primo istinto d’indagine di un tema e poi del suo racconto. È infatti uno scrittore che ritrova se stesso nel narrare e nel partecipare agli altri le domande che prima ha rivolto a sé. Lo fa con una prosa piana, elegante ma mai compiaciuta, ribollente d’interrogazione sul mistero dell’uomo. Il quale può diventare luciferino partendo da una natura magari non angelica, ma neutra, attraverso processi che non rispondono a una scelta, ma esplodono in lui indotti da circostanze di contesto o da casuali appuntamenti col destino, sino a essere a volte, come nei ritratti di Speer o di Seneca, persino frastornati dalle stesse da loro compiute in passato, quando erano investiti di potere. In chiunque – sembra dire Nacci – può rivelarsi la belva celata dentro quando va al potere e questo è il filo che lega i suoi personaggi, raccontati sempre prima o dopo il periodo in cui ne erano al vertice, dove hanno potuto operare il male, lungamente e su vasta scala. Sono i grandi assassini. Sono i grandi organizzatori di stragi di massa. Sono i figli di un tempo mostruoso cui loro hanno prestato il volto.
La storia ne consegnerebbe una lista ben più lunga, ma la genuinità del lavoro di Nacci sta nell’essersi dedicato solo a questi 5, collegandoli col fil rouge dell’aver attratto il suo personale interesse di narratore. Ne risultano storie vivide (in forma diaristica o epistolare) che non hanno alcunché di splatter o pulp ma sono piene di uccisioni, crimini e stragi, con protagonisti incapaci di pentimento ma non d’indifferente consapevolezza del male fatto. Ciò spiega il sottotitolo di Destini, La fatalità del male, che riecheggia la fattuale Banalità del male di Hannah Arendt, per volgerla verso un più inquietante scenario di dissoluzione del libero arbitrio, quasi di impossibilità, per taluni, di sottrarsi a un destino da belve.