Di Luca, confessioni di un dopato «Così fanno tutti...»

27 Aprile 2016

Danilo Di Luca ha compiuto 40 anni il 2 gennaio scorso. Ne aveva 31, nel 2007, quando vinse il Giro d’Italia e 37, nel 2013, quando fu radiato per doping mentre disputava quella che sarebbe stata la...

Danilo Di Luca ha compiuto 40 anni il 2 gennaio scorso. Ne aveva 31, nel 2007, quando vinse il Giro d’Italia e 37, nel 2013, quando fu radiato per doping mentre disputava quella che sarebbe stata la sua ultima corsa rosa. Gli ultimi tre anni li ha trascorsi a scrivere, con Alessandra Carati, “Bestie da vittoria” che Piemme edizioni ha mandato ieri in libreria. Il volume (288 pagine, 17,50 euro) è la confessione di un atleta che ammette di essersi quasi sempre dopato e, insieme, un atto d’accusa contro il sistema del ciclismo che, dice il corridore di Spoltore, costringe a usare aiuti chimici e medici per vincere. «Non siamo eroi», si legge nel libro, «siamo dei pazzi scatenati, dei coglioni. Gente che sta in dialisi, che si è bruciata le palle, che è morta per ispessimento della parete cardiaca. Per un ciclista l'importante è vincere, non pensi mai che ti ritiri, che ti possono beccare, che ti puoi ammalare, che puoi farti male. Esiste solo la vittoria. Quando i direttori sportivi dicono: "Non so niente", mentono. L'ambiente non ti obbliga a doparti, ti sollecita perché tutti hanno interesse che tu vinca, la squadra e gli sponsor hanno bisogno del campione, il campione crea un indotto che dà da mangiare a un sacco di famiglie. Ogni ciclista sa che tutti si dopano eppure nessuno parla. La verità è che nessuno di noi pensa di sbagliare, facciamo tutto quello che un ciclista professionista deve fare. La verità è che tutti si dopano e che tutti lo rifarebbero, la verità per la società civile è inaccettabile». In questa pagina pubblichiamo alcuni estratti del libro.

di DANILO DI LUCA

Due giorni fa stavo per correre le ultime tre tappe del Giro, poi la comunicazione della positività ai controlli antidoping. Non ho bisogno di aspettare sentenze ufficiali, so che la mia carriera è finita. Non rimpiango niente, ho interpretato il mestiere come fanno tutti gli atleti agonisti. Il ciclismo di oggi non è più lo sport che ho amato. Sono stanco della solitudine della menzogna di nascondermi, di andare in bici. (...) Verso le undici sono rientrato a casa, ho sistemato la valigia e ho continuato la cura di epo che avevo cominciato venti giorni prima. Ho preparato siringa da insulina, alcol, cotone, laccio emostatico e ho preso la fiala dal frigo. Le fiale sono da 4.000, 10.000, 20.000 o 40.000 unità. Ho aspirato 500 unità, una microdose, poi ho rimesso la fiala in frigo. Quindici anni fa, prima dei controlli sull’ematocrito, qualcuno arrivava a. farsi anche 4.000 unità al giorno. Una follia. (...)

Mi sono infilato a letto, stanco. La gara era il mio unico pensiero, volevo dimostrare che non ero finito, che a 37 anni avevo ancora qualche carta da giocarmi. Mi sono addormentato carico per i giorni che mi aspettavano. Alle sette e mezza è suonato il citofono. Ho aperto gli occhi, appena mi sono reso conto di dov’ero ho pensato a un controllo a sorpresa. “Ok,” mi sono detto “sono a posto, ora rispondo e mentre salgono vado a pisciare”, nell’urina avrebbero potuto esserci ancora tracce e quindi la possibilità di risultare positivo. Ho fatto tutte queste considerazioni in meno di cinque secondi, automatismi dettati dall’allenamento a nascondersi. Ho risposto al citofono con naturalezza, dall’altra parte ha gracchiato una voce maschile: «uci, controllo fuori competizione». «Salite.» Da regolamento puoi rimandare indietro due controlli, al terzo rifiuto sei automaticamente squalificato. Non avevo ancora usato nessuno dei due jolly, potevo mandarli via e non sarebbe successo niente, ma ero tranquillo, i miei calcoli erano arrotondati per eccesso di qualche ora, 23 + 6 fanno le cinque del mattino. Mentre salivano sono andato in bagno e ho pisciato. Li ho fatti accomodare in soggiorno. Uno dei due ha aperto la borsa, c’erano siringhe, provette sterili, contenitori per le urine, guanti in lattice. Le stesse cose che avrebbero potuto trovare nella mia cassetta del pronto soccorso. Erano cordiali e distanti. «È un controllo sangue e urina.» Lo sapevo già, quando vengono a casa è sempre sangue e urina. Continuavo a ripetermi che dovevo stare tranquillo, anche se una leggera scossa mi attraversava il corpo. Speravo che non se ne accorgessero. «Possiamo iniziare col sangue? Non mi scappa.» «Certo.» Ha risposto quello più alto. Non si era tolto il soprabito, sedeva sul divano ancora tutto vestito. Mi è sembrato che, nel parlare, un piccolo sorriso gli avesse increspato la bocca.

Ho aperto e chiuso gli occhi, forse la tensione mi faceva brutti scherzi. Viviamo come animali sempre sul punto di essere braccati. Quasi vorrei che mi beccassero, ho pensato e un senso di liberazione mi ha afferrato il corpo. È subito svanito quando ho pensato al dopo. Il più basso dei due mi ha fatto sedere e mi ha prelevato il sangue, gli ho dato il braccio destro, sul sinistro mi facevo l’epo. Mi è venuto da sorridere, sapevo che lui sapeva, entrambi sapevano. Eppure il circo aveva bisogno dei suoi pagliacci. «Adesso sentirai un piccolo pizzicotto» ha detto e mi ha infilato l’ago in modo maldestro, ho capito subito che mi sarebbe venuto un livido. Ha riempito una provetta col sangue rosso, denso. Poi mi ha massaggiato l’incavo del braccio con del cotone imbevuto di disinfettante: «Sono appena rientrato da un congedo, ho perso un po’ la mano». Mi ha fatto un buco grande come una casa. Sono andato verso il frigo: «Devo bere, non mi scappa». «Resta a vista.» È stato il più alto a parlare, i suoi occhi non tradivano nessuna espressione, erano immobili, vuoti. Lui era il poliziotto cattivo, l’altro quello buono. Ci ho messo mezz’ora a farmi scappare la pipì. Il tempo si era fermato, il desiderio che se ne andassero cresceva sempre di più ed era arrivato a riempire tutto il soggiorno. Chissà se sentivano il peso della mia ostilità. Verso le otto e mezza finalmente sono riuscito a fare i 100 cc richiesti. Ho firmato le carte e abbiamo chiuso l’esame con tutte le procedure regolari. Se ne sono andati poco prima delle nove. Ho guardato il divano vuoto, ho aperto le finestre, fatto circolare l’aria. Mi sono vestito, sono andato al bar e ho fatto colazione. Mi sono incontrato con i colleghi per una sgambata di un paio d’ore. Tutto regolare, tutto come da programma.

Il 24 maggio 2013, mentre sono in gara, mi comunicano la positività. Lascio il Giro, lascio il ciclismo, lascio lo sport.