E un bel giorno don Mommo mi propose un posto al Corriere della Sera

25 Giugno 2017

Il giornalista aquilano Dante Capaldi racconta il suo strano incontro con il capo della ’Ndrangheta Girolamo Piromalli quando era insegnante a Capistrello negli anni Sessanta

Essere un giovanissimo maestro elementare in un paesino della Marsica, Capistrello, negli anni Sessanta, con una classe quinta, la maggior parte figli di minatori che quando erano fortunati riuscivano una volta ogni tanto a tornare a casa, oppure i meno fortunati rientravano distesi nelle bare economiche fornite dal Ministero. Si sa che i minatori di Capistrello erano lavoratori eccezionali e molto apprezzati: avevano costruito tutte le gallerie più importanti di quei decenni. Quelle che si ritenevano baciati dalla fortuna erano gli ammalati di silicosi che potevano tornare vivi a morire in pochi anni nella loro terra d'origine. Dicevo che essere obbligato a viverci, data la distanza dalla mia città, L'Aquila, e convivere con le realtà a volte noiose, altre meno, dei centri montani, non era una vita esaltante, per un giovane maestro e nemmeno per un giovane cronista sportivo che, ogni fine settimana, tornava all'Aquila per scrivere, per il Corriere dello Sport e per altre testate, resoconti sull'Aquila calcio e sull'Aquila rugby.

I rari frequentatori. Appena finito l'impegno quotidiano a scuola, passavo qualche ora presso la pensione con trattoria dopo aver consumato il pasto semplice e sostanzioso, come si usa da queste parti e poi la chiacchieratina con alcuni elementi del posto o con i rari frequentatori che venivano dalla città. Tra questi ce n'era uno che attrasse subito la mia curiosità: non alto, un viso paffuto, capelli neri (forse li tingeva) sempre ben curati e pettinati, mai un capello fuori posto. Occhi scuri e profondi che ti guardavano fisso senza battiti di ciglia. Il naso piuttosto piccolo, almeno per quel viso. La fronte era ampia, le sopracciglia folte e anch'esse nere. La bocca stretta con due pieghe tendenti verso il mento che gli conferivano un'espressione molto dura che facevano contrasto con i modi gentili che aveva con tutti. Vestiva sempre in maniera sobria con camicia bianca e cravatta, cosa insolita per il paese che ci ospitava. Chissà chi era cosa ci faceva a Capistrello. Chiesi alla signora della pensione ma seppe dire solo che era un vero signore...
Un capitolo di Storia. Una mattina, mentre stavo spiegando un capitolo di storia sui Moti carbonari, arrivò questo Signore, elegante come solito, molto cordiale e distinto nei modi, mi chiese se poteva parlarmi ed io uscii nel corridoio della scuola per ascoltarlo. Aveva saputo che ero Corrispondente dall'Aquila della Gazzetta del Sud di Messina con la quale collaboravo nello sport e che ricevevo la copia omaggio del lunedì e mi pregò di potergliela dare per leggerla. La Gazzetta era impossibile trovarla a Capistrello e mi fu facile dirgli che gliel'avrei procurata facendomela inviare da mio padre, allora capostazione all'Aquila. Ero convinto, in un primo momento, che questo signore, che in paese tutti chiamavano Don Mommo, volesse leggere i risultati della domenica delle partite di calcio. Niente di più inesatto: era interessato ai resoconti del Processo di Catanzaro e alle riposte che facevano coloro che venivano interrogati dai giudici. Gli giravo la copia del giornale che lui leggeva attentamente, prendendo anche degli appunti e poi me la riconsegnava sempre preciso. Fatto particolare era che, appena "studiato" i vari resoconti, si recava al bar del paese, da “Tittiglio”, e parlava fittamente, e in uno stretto dialetto calabrese, con interlocutori della sua regione e anche con vari personaggi romani.
Lui non diceva mai di no. La quotidiana frequentazione, galeotto il giornale, mi portò a meglio conoscere ed apprezzare questo signore che parlava con me sempre in un italiano piuttosto apprezzabile. Spesso mentre parlavamo, si avvicinava qualche donnetta, o qualche uomo che, con molto sussiego, gli chiedeva se poteva avere l'onore di invitarlo a casa e di chiedergli di fare da padrino al piccolo nascituro e questo, per la verità, capitò diverse volte. Lui non diceva mai di no e seppi, cosa abbastanza importante per quelle famiglie che, di certo, non erano abbienti, che era solito regalare cinquecentomila lire al "comparuccio". Per dare una idea preciso che il mio stipendio da insegnante era di 48 mila lire al mese. In seguito ebbi modo di rivederlo spesso e anche presso la Pensione da me frequentata "Da Alida" che aveva un marito minatore chiamato "Jo Ruscio" per i capelli color pannocchia che aveva ed era famoso per la sua forza erculea e per essere un bevitore sopraffino di un vino che lui stesso produceva ricavandolo dall'uva del Piglio (zona frusinate) che Don Mommo gradiva molto a tavola. A tal proposito devo dire che il nostro personaggio era amabile di squisita compagnia a tavola e amava parlare di ricette calabresi (salsicce e lonze piccanti) e di geografia. Era interessato ai posti e ai luoghi dove era stato come visitatore e cercava di saperne sempre di più utilizzando la mia preparazione di docente.
Ormai rispettava un certo rito: non iniziava il pranzo se io non ero arrivato dalla scuola, cosa che mi portava, a volte, a dei piccoli ritardi, di solito si pranzava alle tredici, e mi scusava ma lui era solito dire che la cultura che offrivo ai bambini doveva avere la precedenza su tutto. Era davvero un bel modo di trascorrere del tempo con lui.
Non mi azzardai a chiedere il perché del suo interesse per il processo. Era affabile, a modo, sembrava un vecchio zio, ma negli occhi aveva un certo non so che di glaciale che non dava adito ad aperture confidenziali.
Una vecchia 110. Con una vecchia 1100 Fiat spesso si faceva portare a visitare i dintorni e rimase colpito dall'altipiano della Renga da dove si poteva giungere a Fiuggi e dove si svolgeva la sagra delle Fragole iniziata da un mio caro collega Franco Conti che risiedeva sul posto. Più volte mi fece proposte di andarlo a trovare nel suo Regno di Gioia Tauro per visitare le sue aziende. Ma per i miei impegni scolastici declinavo sempre i suoi inviti. Ogni due settimane giungevano a Capistrello due, tre deputati e altrettanti senatori per riverirlo con valigie ricche di risorse mangerecce della sua zona. «Vede professore - mi confidava - se queste persone non facessero così non andrebbero di nuovo in Parlamento». Si diceva che la sua potenza fosse tale da controllare, a quell'epoca, circa 300.000 voti.
Pur non facendo domande avevo ben capito che era "sotto controllo" a Capistrello ma questo non gli impediva di muoversi secondo i sui desideri e secondo necessità: infatti dopo aver firmato il registro delle presenze presso i Carabinieri e in Comune, la solita 1100 Fiat lo portava sull'altipiano della Renga dove l'attendeva un elicottero che lo portava a Gioia Tauro. Tornava la domenica sera e la stessa macchina andava a riprenderlo.
Stavo bene come stavo. Mi era così grato per la compagnia discreta che gli facevo, che sempre più spesso mi diceva: «Vede professore, lei in questo ambiente ristretto non può stare. Io posso rimandarla ad insegnare nella sua città dell'Aquila con una sola telefonata...». Declinai sempre la proposta stando attento a non urtare la sua suscettibilità dicendo che gradivo fare quell'esperienza didattica prima di dedicarmi al Corso per Direttore Didattico. Allora mi chiese se volevo andare a fare il giornalista a Milano per il Corriere della Sera dove aveva le persone giuste, ma sempre ringraziandolo dicevo che ero impegnato con il Corriere dello Sport e con il Direttore Antonio Ghirelli a realizzare ogni settimana una pagina dal titolo "Forza Ragazzi "con Mario Pennacchia. Insomma, stavo bene come stavo, e mi bastava la sua amicizia per essere soddisfatto.A seguito delle tante pressioni di andare almeno a trovarlo a Gioia Tauro, un giorno decisi di accontentarlo ma mentre stavo partendo, avendo preso il giornale Il Tempo (dove scrivevo con Bruno Vespa) e avendo letto in prima pagina - con foto - del suo arresto, evitai di fare il viaggio e presi un'altra decisione.. .
Non lo vidi né ci sentimmo più. Qualche tempo dopo, l'11 febbraio del 1979, seppi che don Mommo era morto e al suo funerale c'erano migliaia e migliaia di persone che piangevano il Capo Supremo della Piana. Fu l’unico boss che morì di morte naturale. Dopo di lui ripresero le faide accanite tra le famiglie dei Piromalli e Mammoliti.
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