Ecco Luca Giordano: da Teramo a Chicago con l’eleganza del blues

Collaborazioni eccellenti tra gli Usa, la Marsica e Vasto per il nuovo disco, concepito dopo il terremoto del 2016
Ha un nome da pittore barocco, ma Luca Giordano dipinge note, come nel nuovo bellissimo disco “Let’s talk about it”, presente da quattro giorni sui principali store digitali. Otto brani originali più tre cover, a firma Mighty Mo Rodgers, Eric Davis, Sean Costello, nell’album del 40enne chitarrista, cantante e compositore teramano, considerato uno dei massimi esponenti del blues europeo, apprezzato anche in America, patria del leggendario stile musicale. Come dimostrano le prestigiose partecipazioni all’album di Mighty Mo Rodgers e Sax Gordon.
Prodotto da Fabio Colella e pubblicato dall’etichetta brasiliana Blue Crawfish Records, “Let’s talk about it” è il terzo disco solista di Giordano, una vita a cavallo tra l’Abruzzo e le Americhe, prima a Chicago a 25 anni dopo la laurea in informatica poi a Rio de Janeiro. Alle spalle tantissimi concerti negli Usa, in Brasile e in Europa, prima dello stop imposto dalla pandemia. Ma il nuovo album non è stato scritto durante il confinamento, ma è frutto di idee musicali e testi buttati giù dopo il terremoto del 2016, «in un momento in cui la mia vita si era disintegrata, tra il sisma che mi ha distrutto la casa a Sant’Onofrio e la fine di una relazione decennale» racconta il musicista al Centro. «Sono partito per il Sud America, per una nuova vita e nuove esperienze. Mi sono trovato bene in Brasile e ho ripreso a comporre. Per quattro anni ho fatto la spola tra Rio e l’Europa per i tour. Sotto la pandemia ho fatto la pre-produzione del disco, mettendo ordine tra testi e idee musicali. Il disco è una raccolta di storie che mi appartengono».
“Let’s talk about it” è stato prodotto, registrato e mixato da Colella nel Sasha Studios di Trasacco. Oltre al batterista trasaccano il disco di Luca Giordano vanta altre presenze abruzzesi: per i cori la sorella Chiara («laureata in flauto traverso e attrice di musical»), il pinetese Abramo Riti a pianoforte e organo, al basso Walter Cerasani (San Benedetto dei Marsi), il chitarrista Francesco Cerasoli di Poggio Picenze («Oltre al solo sul brano “Cold Winter” è stato fondamentale nella produzione»), il vastese Nicola Di Camillo al contrabbasso. «Nella mia band musicisti di serie A. Pure negli Stati Uniti sceglierei loro comunque. In Abruzzo abbiamo talenti assoluti» dice Giordano, che non risparmia lodi anche per i “non abruzzesi”, il trombettista Alessandro Di Bonaventura, il bassista Walter Monini, il batterista Eric Cisbani. E poi i due pezzi da novanta americani, musicisti che hanno contribuito negli anni alla formazione artistica di Giordano, il 76enne profeta del blues Mighty Mo Rodgers e l’esplosivo sassofonista Sax Gordon. «Sono onorato e orgoglioso della loro presenza. Con Sax Gordon collaboro da dieci anni, ha suonato nei miei due precedenti dischi e nei tantissimi live in Europa. Mighty Mo Rodgers è la leggenda di Chicago, produttore di Sonny Terry e Brownie McGhee, è il bluesman originale, conosciutissimo. Nell’album c’è un suo brano, “Movin’ Day”, mai registrato finora. Mighty mi ha detto: registriamolo nel tuo disco, ma cantiamolo insieme. È stato un onore. È un pezzo che ho sentito mio, perché parla di un trasloco anche del cuore». Gli altri brani, cantati solo da Luca, rispecchiano nelle affascinanti tessiture musicali la sopraffina tecnica di chitarrista e il suo stile ecelettico ed elegante, tra blues, r&b, soul, funky. Forse solo “Buzios Blues” ha un suono più tradizionale: «Il blues viene da una cultura di popolo, sa di Africa, schiavitù. Oggi fare blues significa rifarsi alla prima forma in 12 battute personalizzandola con le proprie esperienze e sensibilità. Questo disco esprime l’esperienza che ho maturato con molti dei più grandi interpreti dello stile, Bob Stroger, Willie “Big Eye” Smith, Eddie C. Campbell, Billy Branch».
“Let’s talk about it” esprime il legame con Chicago, in cui Giordano ha vissuto più di tre anni dal 2006 e dove è tornato ogni anno per tre mesi in primavera fino al 2016, a suonare nel Chicago Blues festival. Alla città e all’ambiente che lo ha formato è grato: «Mi si aprì un mondo. Non pensavo fossero così accoglienti. Chicago è stata una scuola, un tirocinio sul palco insieme ai maestri del blues».