Fabrizio Gifuni: «Con Amleto alle origini del teatro e della nostra inquietudine»

9 Ottobre 2016

L’attore in scena martedì a Pescara con l’Orchestra sinfonica abruzzese «Lo spettacolo è un rito in cui le persone si condividono un’esperienza fisica»

di Giuliano Di Tanna

Il titolo è “Concerto per Amleto” ed è un mélange di teatro e musica.: il teatro è quello di William Shakespeare, la musica di Dmitrij Šostakovic. Sono questi gli elementi fondamentali dello spettacolo che andrà in scena, martedì prossimo , al Teatro Massimo di Pescara (Inizio ore 21. Biglietti: poltronissima numerata 20 euro; poltrona numerata 15 euro; soci e abbonati 17 euro/ 12 euro). In scena un solo attore, Fabrizio Gifuni, autore anche della drammaturgia con la consulenza musicale di Rino Marrone. L’Orchestra sinfonica abruzzese, diretta dallo stesso Marrone, eseguirà le musiche di Šostakovic, quelle composte per lo spettacolo teatrale “Amleto” di Nikolai Akimov, quelle scritte per il film “Amleto”. di Grigori Kozintsev. “Concerto per Amleto”, prodotto dalle Vie dei Festival e dall’Istituzione sinfonica abruzzese. , ha debuttato ieri, all’Auditorium di Roma.

Dello spettacolo e del mestiere dell’attore, oggi in Italia, Fabrizio Gifuni, 50 anni spesi anche attraversando il meglio del teatro e del cinema italiano, parla in questa intervista al Centro.

Gifuni, come nasce l’idea di questo spettacolo?

Nasce da una collaborazione con il maestro Rino Marrone, che amava queste due suite di Šostakovic. Poi, con Luisa Prayer (direttrice dell’Istituzione sinfonica abruzzese ndr), che conosco e stimo da tempo, abbiamo pensato di presentare questo spettacolo con l’Orchestra sinfonica abruzzese. Da parte mia, io lavoro da sempre a questo testo che mi accompagna da quando, negli ultimi due anni di Accademia, ci dedicammo a un lavoro sull’Amleto sotto la guida del grande Orazio Costa che era tornato a insegnare lì dopo tantissimo tempo.

Che cosa le interessava, e continua a interessarle, dell’Amleto?

L’Amleto, da un lato, era un grande laboratorio di scena perché tutti gli allievi potevano provare le parti maschili e quelle femminili, senza preclusione alcuna; e, dall’altro, è un testo talmente assoluto e paradigmatico che lavorarci sopra significa lavorare sulla complessità e sulla profondità dell’essere umano. Costa ci diceva sempre: attenzione, questo è un grande lascito perché ognuno di voi incontrerà, nella sua carriera, personaggi che incroceranno molto spesso Amleto. E così è stato, a partire dal mio debutto in teatro con l’Elettra di Massimo Castri; un filo rosso che non si è mai interrotto fino al mio spettacolo su Gadda.

L’Amleto non è anche una sorta di metateatro, una riflessione sul lavoro dell’attore?

Sì, assolutamente. La chiave centrale di lettura del testo è tutta sul teatro e sul lavoro di attore. Infatti, Amleto, oltre a essere un principe, un intellettuale, è anche un grande appassionato di teatro. E’ come se Shakespeare avesse trasfuso in questo personaggio tutto il suo amore per il teatro. C’è questa oscillazione continua che Amleto mette in campo, un’attrazione e una fascinazione per il teatro; e c’è anche un aspetto mostruoso. Non è mostruoso che un attore possa impallidire, piangere per qualcosa che avviene in scena? E’ un testo che spinge a una riflessione su cosa l’attore mette in campo ogni qualvolta incontri un personaggio teatrale. Ma c’è di più.

Cosa?

C’è che Shakespeare mette in gioco una grande questione. Cioè se il teatro possa essere un formidabile dispositivo per far crescere una comunità, dove gli spettatori non siano mai solo spettatori di ciò che accade in scena ma partecipino anche a pieno titolo a un rito, così come accadeva proprio alle origini del teatro occidentale.

Perché è importante questo aspetto rituale?

Lo spettacolo teatrale, in fondo, è un rito in cui le persone si ritrovano in uno spazio nel quale condividono un’esperienza fisica più ancora che intellettuale.

E questo accade ancora, oggi?

Sì. Il teatro è uno dei pochi luoghi rimasti oggi in cui sia possibile un’esperienza di conoscenza che passi attraverso i corpi. E’ come se lì si potesse ristabilire un campo magnetico in grado di accendere un meccanismo che mette completamente in gioco la vita di chi partecipa a questo rito. Nella famosa trappola per topi, Amleto affida al teatro lo smascheramento di un crimine. E’ come se, per Shakespeare, anche il potere o il crimine si potesse smascherare attraverso il gioco.

Martedì lei porterà in scena il suo spettacolo a Pescara con l’Orchestra sinfonica abruzzese. Cosa rappresenta per lei l’Abruzzo?

E’ una regione che ho imparato a conoscere fin da bambino perché vicina al luogo di origine della mia famiglia, la Puglia. Quando scendo in Puglia passo sempre per Pescara, non taglio da un’altra parte per accorciare. E’ un luogo con il quale ho un legame affettivo robusto. Il servizio militare da carabiniere l’ho fatto in parte a Chieti, alla caserma Rebeggiani. Poi sono stato per un lungo periodo a Vasto. Ci sono tornato in Abruzzo, dopo, per motivi legati alla mia professione: ho recitato all’Aquila, a Pescara ho ricevuto il Premio Flaiano. Ma questa sarà la prima volta che recito a Pescara, una città per la quale provo una grande simpatia.

Stato d’animo attuale sull’Italia: più pessimista o più ottimista?

Io non smetto mai di chiedermi che cosa significhi fare il lavoro che faccio in un Paese chiamato Italia, in questo momento storico. Cerco di guardare lo stato del mio Paese diritto negli occhi, senza nascondermi nessuna delle grandi difficoltà a cui va incontro chiunque si occupi di arte in questo Paese, ma, nello stesso tempo, cerco di perdere meno tempo possibile a pensare a ciò che manca.

C’è qualcosa che rimpiange dell’Italia del passato, della sua infanzia?

Rimpiango il rapporto più sano che avevo con il tempo. Faccio parte di generazione che ha passato metà della sua vita in un’epoca sideralmente lontana da quella attuale, in cui non esistevano la Rete, i telefonini e la reperibilità 24 ore su 24. Rimpiango un concetto di lentezza che mi appartiene molto.

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