Floris: i miei 50enni pirati in cerca di una nuova vita...

14 Febbraio 2016

“La prima regola degli Shardana”: il giornalista racconta il romanzo sull’ultima chance di 4 amici

di Giuliano Di Tanna

«I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistere loro».

Per capire chi sono gli Shardana di cui parla il nuovo libro di Giovanni Floris bisogna risalire indietro nel tempo fino all’Egitto di Ramsete II, al 1278 a.C., l’epoca di questa incisione. Gli Shardana erano pirati del mare provenienti dalla Sardegna, lontani parenti dei protagonisti del secondo romanzo del giornalista, conduttore del talk show Dimartedì su La 7. Napoletano di nascita, romano di formazione, Floris, 48 anni, è sardo di origine. E nel suo romanzo, “La prima regola degli Shardana”, è la Sardegna che fa da sfondo a una storia di amicizia di tre personaggi che navigano fra i 40 e i 50 anni (e di una ragazza) che cercano di rimettere insieme i cocci dei sogni della gioventù inseguendo un’ultima sfida, quella di formare una squadra di calcio per partecipare a un torneo, la Coppa Sarda. Ma non c’è solo questo nel libro. L’altro che c’è lo racconta Floris stesso in questa intervista al . Centro.

Come è nata l’idea di questo romanzo?

L’altro romanzo, “Il confine di Bonetti”, era incentrato su persone della mia età che ricordavano se stessi da ragazzi. Così, quando sempre la Feltrinelli mi ha chiesto di scrivere il secondo romanzo, ho pensato di raccontare la vita di quarantenni che vanno verso i cinquanta che non si rigirano nei ricordi ma hanno l’occasione di vivere un’avventura come quando erano ragazzi. Annusano che c’è qualcosa di abbastanza strano che sta per succedere loro e ci si buttano dentro a capofitto.

Che cosa non li soddisfa nelle loro vite?

Sono vite diverse. Uno fa l’imprenditore, un altro, il “parafangaro”, è avvocato , un altro fa il giornalista di successo....

...Ed è lei?

(ride) No, non sono io, anche se quello è il mio mondo, quello che conosco. E poi c’è questa ragazza che è innamorata di Raffaele, l’imprendtore fallito.

Che cosa hanno in comune, oltre all’amicizia che li lega?

I sogni infranti e la voglia di qualcosa di altro. Per loro, questa impresa è un seconda chance nella vita.

Sembrano quei personaggi della commedia italiana degli anni ’50 e ’60, quelli interpretati da Tognazzi o Gassman, con la crisi della mezza età.

Sì. Anche se la mia generazione è quella di Salvatores e delle sue commedie generazionali. La commedia italiana classica, invece, racconta singole vite, destini individuali. Ma la dimensione è sempre quella della commedia, con il tentativo di raccontare questo Paese anche facendo ridere.

La narrativa può raccontare cose che il giornalismo non riesce a dire dell’Italia di oggi?

Può raccontare una faccia del mondo che ci circonda che in televisione non passa. L’aspetto più intimo e profondo di che cosa significhi vivere oggi in questa Italia può essere raccontato solo attraverso storie individuali, solo in forma di romanzo.

Il libro è una sorta di tentativo di far rivivere gli ideali della giovinezza: è un tema importante dell’Italia di oggi?

I miei personaggi scelgono questa strada perché, per rinnovare le loro vite, hanno a disposizione solo le categorie che avevano da ragazzi; ecco, quindi, il calcio. Ma la loro passione per il calcio l’appoggiano su corpi di cinquantenni. Il grottesco nasce da qui. Questa scoperta li aiuta a risintonizzarsi, in qualche maniera, su ciò che sono diventati, su quello che sono oggi.

A lei che cosa manca di più, nell’Italia di oggi, dell’Italia del suo ieri?

Sono cresciuto negli anni Ottanta. Non rimpiango quegli anni ma, al tempo stesso, li adoro.

Perché?

Perché sono gli anni della mia giovinezza. Li ricordo con piacere perché sono gli anni in cui, con gli amici, ci divertivamo, scoprivamo cose, facevamo le prime letture. I personaggi del mio libro non li rimpiangono quegli anni ma cercano in essi la via di uscita dalle loro vite attuali; cercano di salvare l’entusiasmo di quegli anni e di rigirarlo nel presente.

L’entusiasmo che manca oggi?

Non è solo qualcosa di legato alla loro età. Anche se capisco che per un 40-50enne, oggi, è abbastanza pesante trovare qualcosa di confacente alla sua età.

Trent’anni fa, Umberto Eco consigliava ai giovani del futuro di imparare a memoria le tabelline per non finire schiavi dei computer. Lei invece che cosa consiglierebbe?

Di studiare; studiare tanto per avere le categorie necessarie a interpretare una vita che cambia continuamente.

©RIPRODUZIONE RISERVATA