Fornacella e arrosticini e la Milano gourmet li adora

Gianpiero, Barbara e il giovane Filippo partiti da Chieti sfidando i pregiudizi Il loro Rost Eat è sul Gambero rosso: «Da premettere che siamo dei mangioni»
di Giorgio D’Orazio
Un faro nella nebbia padana per gli abruzzesi nostalgici trapiantati nel capoluogo lombardo. Così il Gambero Rosso, inserendolo nella Guida 2015 di Milano, presenta Rost Eat, una sorta di consolato delle tipicità gastronomiche abruzzesi nel centro della città meneghina. È questa l'idea, e in qualche modo la casa, della famiglia Secondini, arrivata a Milano dall'Abruzzo sette anni fa con in tasca una nuova attività per mangiar bene, e tipico, a Milano.
«Per anni siamo venuti qui per altri motivi», racconta Barbara, di Pescara, moglie di Gianpiero, teatino doc, e madre di Filippo, «e ogni volta che dovevamo mangiare qualcosa di veloce ci capitava di trovare delle offerte quasi mai all'altezza dei nostri gusti, insomma panini secchi, dove non si sentiva il sapore dell'olio e dei prodotti con cui erano farciti. Devo premettere una cosa», continua, «mio marito ed io siamo due mangioni. Così ci è venuta questa idea, anche perché in Abruzzo ci occupavamo di tutt'altro e Gianpiero da tempo aveva la fissa di aprire un'attività tutta sua». «L'idea era quella di mettere su un fast food di qualità», interviene Gianpiero, «che avesse il suo punto di forza negli arrosticini, anche se abbiamo subito aggiunto la panineria tipica abruzzese, con tutti prodotti nostrani, perché temevamo che l'offerta unica degli arrosticini potesse non prender piede a Milano».
Dopo quattro anni in un piccolo locale sul Naviglio Grande, Gianpiero e Barbara hanno scelto di fare un passo in più. Oggi seguono dalla mattina alla sera il loro Rost Eat della vicina via Vigevano, con una cucina, tavoli e sedie. Barbara sempre al bancone o in cucina, Gianpiero alla fornacella degli arrosticini e Filippo, ancora studente, che dà una mano.
«Lui è il collaboratore esterno a chiamata», scherza il padre, «quando serve corre e ci supporta, conosce benissimo tutta la gestione della sala, un po' meno la cucina perché preferisce il dialogo con i clienti, ma sono molto orgoglioso di lui, anche perché abbiamo un ottimo rapporto, d'altra parte è figlio unico». «Quando siamo arrivati eravamo semplicemente noi tre in una realtà completamente diversa e con tanto lavoro da fare», ricorda Barbara, «ma Filippo, che allora aveva 14 anni, ci ha sempre assistito, alla cassa, con i clienti: è stato bravissimo».
«Continuo ad aiutarli perché, come si dice da noi, loro si fanno il mazzo da anni», interviene Filippo, «apprezzo molto i loro sforzi, certo spesso ci sono anche delle discussioni, come capita a tutti, soprattutto quando si lavora assieme, però mi rendo conto che stanno facendo questo anche per me. Papà è il bonaccione di casa che mi ha insegnato ad essere la persona buona che credo di essere diventato, e si fida di più di me», racconta Filippo, «mamma invece è più severa ed iperprotettiva, abituata a una città piccola, con me a Milano è sempre preoccupata, rimane spiazzata da certe cose e non è tanto permissiva». «È vero sono petulante», lo interrompe Barbara, «ma cerco anche di stargli vicino mettendo un po' da parte il divario generazionale, perché lavoro con i giovani, percepisco e cerco di capire le loro problematiche, anche se a volte sono terrorizzata perché vedo tanti ragazzi che vengono qui sballati, quindi insisto per fargli comprendere le strade da evitare».
A Filippo, tra l'altro, la scelta dei genitori di trasferirsi per iniziare una nuova vita altrove ha scombussolato un po' tutto: «All'inizio è stato davvero un trauma. Uno sbalzo di ambiente pazzesco da Chieti, dove vivevo, e Pescara, dove studiavo, a una realtà come Milano, insomma da due città piccole a una metropoli. Da provinciale quale ero poi», prosegue , «non è stato per nulla facile: il primo anno mi sono trovato male su tutti i fronti, non riuscivo ad integrarmi, poi fortunatamente mi sono ambientato. Siamo andati ad abitare in una zona più centrale e ho iniziato il liceo, sono arrivate nuove amicizie e la vita è diventata regolare. Ora», dice sorridendo con una buona cadenza milanese, «è tutto perfetto, anzi sono avvantaggiato rispetto ai miei amici abruzzesi che vengono a fare l'università qui!». Secondo Filippo Rost Eat è diventato con gli anni un vero e proprio punto di riferimento anche per gli abruzzesi, che costituiscono il 60% della clientela del weekend, merito soprattutto del senso di ospitalità e del calore con cui i suoi genitori accolgono i clienti: «Cercano di dare sempre il meglio, con eccellenze di diverse provincie, tutti prodotti che arrivano freschi tre volte a settimana dall'Abruzzo e così i clienti hanno trovato un posto per condividere un pranzo o una cena come fossero in Abruzzo».
«Si ritrovano qui anche per festeggiare, molti sono abituali», riflette Barbara, «sono loro che ci hanno convinto a ingrandire l'attività, c'erano gruppi per esempio che chiedevano di poter organizzare delle serate all'insegna dell'abruzzesità. Qui finalmente» afferma soddisfatta, «ho anche una cucina spaziosa dove mettere in pratica la tradizione imparata da mia madre e da mia nonna. Per noi è anche un modo per sentirci a casa».
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