Giulia Caminito: racconto questa mia generazione frustrata dalla precarietà

La giovane scrittrice ha vinto con L'acqua del lago non è mai dolce «Nel romanzo parlo del presente. Lo vedrei bene come miniserie tv»
VENEZIA. È sorpresa e felice Giulia Caminito il giorno dopo la vittoria del Premio Campiello 2021 che ha conquistato con una storia dura, di rabbia e frustrazione, L'acqua del lago non è mai dolce (Bompiani), che ha avuto 99 voti e vedrebbe bene come miniserie tv. «Non mi aspettavo questo riconoscimento. Ho letto anche gli altri libri della cinquina e mi sono piaciuti. È imprevedibile il meccanismo del Campiello, la giuria popolare cambia ogni anno. Al Premio Strega è più facile intuire perché già dalla prima votazione si sanno gli orientamenti, i votanti sono gli stessi», spiega la scrittrice, già nella cinquina del Premio Strega 2021.
Fragile per un problema di salute di cui sta indagando la causa, la 33enne Caminito ha mostrato una resistenza eccezionale nella serata finale del premio, per la prima volta all'Arsenale di Venezia. Dopo due romanzi storici, sociali e corali, questo libro scritto in prima persona ha rappresentato una svolta, con il racconto della sfida all'infelicità di Gaia, bambina e poi adolescente nel vuoto degli anni Duemila, che non riesce a trovare un proprio posto nel mondo. In Gaia sale la rabbia, la violenza, ha una famiglia disastrata, un rapporto difficile con la madre Antonia, un padre disabile.
Che cosa pensi abbia conquistato i lettori di questo libro?
È la prima volta che intercetto un pubblico intorno alla mia età, più giovane di me, dai 35 anni in giù, che in qualche modo si è rivisto in questo romanzo, in questo tipo di adolescenza e frustrazione. Il passaparola ha aiutato molto anche il lavoro dei librai.
La rabbia di Gaia è quella di una ragazzina che non ce la sta facendo...
Sì, Gaia non sa chi è, non si vede riconosciuta dagli altri e inizia a scalpitare perché non vuole stare all'angolo. Forse soprattutto le persone della mia età si sono sentite colpite rispetto a dei vicoli ciechi che hanno incontrato in questi anni, dopo la fine degli studi.
Qual è invece la sua rabbia, nella vita reale?
La mia rabbia è nei confronti della politica. Ho studiato filosofia politica, ho la frustrazione terribile di tanti anni dedicati a una formazione filosofica, a uno studio del mondo, che poi non vedi mai concretizzato. Il non sentirsi rappresentati è una cosa che mi provoca molta rabbia.
La precarietà è uno dei nodi fondamentali del romanzo: è un problema di questa generazione?
Questa sensazione di incapacità, di non arrivare mai alla conquista di qualcosa un po’ ci appartiene. Non siamo una generazione di persone lamentose, ma di persone che ogni volta cercano di ricrearsi, di essere duttili per giungere a quello per cui hanno studiato.
Perchè hai voluto staccarti dal romanzo storico?
Per non rimanere in una etichetta. E nei prossimi progetti mi staccherò dal romanzo in prima persona, al presente. Vorrei ogni volta reinventarmi e scrivere quello che desidero in quel momento. Ero molto spaventata dalla prima persona e di parlare al presente. Mi sono sfidata e ci ho provato.
Come vedresti una trasposizione del libro al cinema oppure in tv?
Qualcosa si è mosso, ma niente di ancora definitivo. A me piacerebbe molto, tra le cose che ho scritto è l'unica adatta a diventare film o serie tv. La cosa migliore secondo me sarebbe una miniserie perché in qualche modo riuscirebbe a coprire degli archi narrativi più ampi, senza dover tagliare troppo con l'accetta. Finora ho avuto solo delle trasposizioni teatrali che sono molto diverse.
Ma in Gaia, c'è qualcosa di Giulia Caminito?
Ci sono moltissime esperienze, incontri, episodi della mia vita che ho in qualche modo trasformato. Molti sono autobiografici e nella storia li ho caricati molto. Forse la cosa che abbiamo più in comune è l'interesse per le parole, per i dizionari. Lei è indotta a questo amore, mentre io ci sono arrivata liberamente, sono cresciuta in una famiglia di lettori fortissimi. La famiglia di Giaia è fuori dalla società del benessere, la madre Antonia combatte contro un mare di ingiustizie, ha quattro figli e un marito infermo.
Nel romanzo anche Roma è protagonista?
Ho raccontato come la grande città distrugge alcuni comportamenti vitali dell'identità della provincia e del territorio e come dall'altra parte porta anche soldi, allargamenti, lavoro.
Nuovi progetti?
Ci sto pensando, però sono ferma. Mi darò tempo. Devo staccarmi molto da questo libro e reinventarmi, trovare delle forze alternative per non trovarmi schiacciata da come è andata con questo romanzo.