Giuseppe Catozzella: «Vi racconto la storia di Ciccilla, l’Italiana»

Il giovane scrittore sarà alla rassegna “Il Fla a Castelbasso” Fu la prima e unica donna a capo di una banda di briganti
L’“Italiana” è Maria Oliverio, conosciuta come Ciccilla, nata in una famiglia poverissima della Sila calabrese, prima e unica donna alla testa di una banda di briganti contro l’esercito regio all'epoca dell’unificazione dell’Italia. La sua storia vera è stata ricostruita e romanzata da Giuseppe Catozzella nel libro “Italiana”, pubblicato a febbraio da Mondadori, che lo scrittore milanese presenterà stasera a Castelbasso in conversazione con Vincenzo d’Aquino. L’incontro (piazza Belvedere, ore 21.30) è nel cartellone “Castelbasso, Borgo della cultura” organizzato nello storico paese teramano dalla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, per la sezione “Il Fla a Castelbasso”, allestita col Festival di libri e altrecose diretto da d’Aquino.
Catozzella, che ha vissuto a lungo all’estero, scrive reportage per quotidiani e settimanali italiani e stranieri ed è autore di romanzi tradotti in tutto il mondo e trasposti per il grande e piccolo schermo, tra cui “Alveare”, “Non dirmi che hai paura” (Premio Strega Giovani, 500mila copie vendute), “Il grande futuro”, “E tu splendi”, che completa la Trilogia dell’Altro, lo straniero raccontato attraverso i temi omerici: viaggio, guerra, approdo. Lo stesso Catozzella, genitori lucani, nella chiacchierata col Centro spiega la forte relazione della sua scrittura con la doppia origine e cultura: «Mi sono sempre considerato straniero a casa mia, esempio vivente di come questo Paese sia diviso in due, nord e sud. Sono nato a Milano da una famiglia meridionale, questo ha segnato in me una faglia, tra cultura nordica, mitteleuropea, pragmatica, e cultura latina, meridionale, cristiano-cattolica. Questa dualità mi ha portato ad approfondire i motivi della separazione che ospito in me».
Come ha scoperto la storia di Maria Oliverio e su quali fonti ha lavorato?
Tutto nasce quando da bambino passavo le estati da mia nonna. Nella controra, quando tutti dormivano, mi raccontava di una mia ava che aveva combattuto nei boschi, Ricordo un misto di vergogna e orgoglio nei suoi occhi. Negli anni ho poi cercato di approfondire quello che è successo nella guerra civile italiana e ho scoperto l’esistenza di Maria Oliverio. Un personaggio di cui si era innamorato Alexandre Dumas. Partendo dal racconto di mia nonna ho fatto un lavoro decennale di ricerca, negli Archivi di Stato di Roma e Cosenza e nell’Archivio dell’esercito, sugli atti del processo a Ciccilla, arrestata nel 1864 e condannata. Le carte processuali sono romanzi collettivi che raccontano come si stava costruendo la storia italiana.
È anche autore di reportage. Un genere giornalistico che nella scrittura e nella lettura richiede tempo e meditazione, rarità nell’epoca dei social.
Per scrivere un reportage devi andare in un altro Paese, vivere lì, raccontarlo. È un articolo di lungo respiro, non è aderente allo spirito dominante del nostro tempo. Non apprezzo questo tempo frastagliato, cieco, puntiforme dei social. Li uso per comunicare il mio lavoro ma credo che tolgano autenticità e umanità. Preferisco continuare a leggere letteratura e reportage e a farli.
Ha lavorato per grandi case editrici per 15 anni, editor per Mondadori e poi Feltrinelli. Qual è il grado di presunzione degli aspiranti scrittori?
È direttamente proporzionale all’inesperienza, alla velleità, al non aver ancora concretizzato niente. Invece i grandi autori, ho lavorato anche con Premi Nobel, sono i più umili e disponibili a lavorare sui propri testi, aperti anche ad altre visioni. Sono allibito dalla cecità e presunzione di chi invece pensa che il proprio testo sia un capolavoro. Tantissimi lo pensano.