I 4 giorni che infiammarono la regione

28 Febbraio 2021

Dal 26 febbraio 1971 lo spostamento di assessorati a Pescara scatenò gli incidenti

L’AQUILA. Dal 26 febbraio 1971 e per i successivi tre giorni L’Aquila fu messa a ferro e fuoco. Sono trascorsi 50 anni da quegli eventi, passati alla storia come i moti per il capoluogo di Regione. Ancora oggi in città c’è chi guarda con nostalgia (non per i vandalismi che ci furono ma per lo spirito combattivo degli aquilani) a quel fine febbraio 1971 quando il Consiglio regionale eletto per la prima volta nel giugno del 1970 fu chiamato a votare lo Statuto. L’articolo 2 indicava L’Aquila come capoluogo di Regione ma all’articolo 45 si leggeva che “la Giunta si organizza in dipartimenti aventi sede con i propri uffici a L'Aquila con tre componenti per gli affari generali e l'organizzazione regionale; a Pescara, con sette componenti, per gli affari economici e settoriali”. Quindi in poche parole le sedi di sette assessorati su dieci, i più importanti si disse, venivano localizzate a Pescara. Nell’articolo 2 c’era un passaggio in base al quale il Consiglio regionale e la Giunta “si riuniscono all’Aquila o a Pescara”. Quando il presidente Emilio Mattucci lesse in aula l’articolo 2, secondo molti testimoni, fece un lapsus: invece di “o a Pescara” disse “e a Pescara”. Quell’errore involontario scatenò la rabbia di chi stava assistendo alla seduta, quasi tutti aquilani. I consiglieri, fatti oggetto di un fitto lancio di monetine, furono costretti, anche su suggerimento del prefetto Luigi Petriccione, a rifugiarsi nell’anticamera della sala consiliare (sala che si trovava nel palazzo della Prefettura crollato a causa del sisma di 12 anni fa). Fu nell'anticamera, in gran segreto, che lo Statuto fu approvato, con 38 voti a favore, un astenuto e uno contrario, nella notte fra il 26 e il 27 febbraio 1971. Per far calmare la folla fu fatto uscire un consigliere per dire che la seduta era stata rinviata. Ma non ci volle molto a capire che si trattava di una “pietosa” bugia che servì solo alla polizia per far allontanare in tutta fretta i 40 membri dell’Assemblea da una porta secondaria. Quando intorno alle 2.30 “l’inganno” fu scoperto partirono tre giorni di vera e propria rivolta che fu repressa duramente dalla polizia (la mitica celere). Furono devastate quasi tutte le sedi dei partiti e assalite le case di alcuni politici aquilani fra cui quella del consigliere Dc, Luciano Fabiani. Tanti feriti, una decina di arresti e altrettanti fermi ma per fortuna nessuna vittima e dopo pochi giorni, all’inizio di marzo, la situazione tornò sotto controllo senza però che gli articoli dello Statuto fossero in qualche modo modificati (e confermati praticamente con le stesse parole nel 2007 quando lo Statuto è stato aggiornato). I moti dell’Aquila del 1971 non si scatenarono per caso. Il dibattito su quale città dovesse essere indicata capoluogo di Regione era in piedi da mesi e la questione fu posta a fine giugno 1970, pochi giorni dopo l’elezione del primo consiglio regionale anche dai “moti di Pescara” durante i quali i dimostranti chiesero che la scelta del capoluogo di Regione cadesse su Pescara. (g.p.)