I rivoluzionari sognatori del ’68, prima del ’68

24 Gennaio 2019

Nel romanzo “Incontri all’angolo di un mattino” l’autrice Lia Migale racconta i prodromi del movimento nella sua Teramo 

Come erano i sognatori del Sessantotto prima che il sogno cominciasse? Di cosa si nutrivano quei ragazzi e quelle ragazze per arrivare così forti di idee e progetti a quell’anno che avrebbe cambiato per sempre le loro vite, arruffato la linea prestabilita delle esistenze di una generazione e anche chi di quella ribellione non respirò che un refolo? Musica, parole, cinema, arte, politica, letteratura, amore, coppia, amicizia: tutto mutava, tutto era da capire e discutere, tutto girava vorticosamente, inebriante e spaventevole. Nelle grandi città era un vortice, la provincia ai margini si preparava e assorbiva con tutta l’energia che solo i giovani hanno per non restare indietro, per cavalcare i sogni.
Lia Migale c’era. E racconta quei giorni in un libro che pur riordinando i suoi ricordi, biografico non è, dice lei stessa. “Incontri all’angolo di un mattino” (La Lepre Edizioni, 2018) «è un romanzo», precisa la scrittrice ed economista teramana che a Roma vive proprio dall’alba della “rivoluzione”, docente alla Sapienza in pensione, autrice di testi sia scientifici che letterari e per il teatro, come il saggio “Piccola storia del femminismo in Italia” (Empiria), il romanzo Premio Capalbio 2018 “L’innumerevole Uno (Iacobelli) “Eva mangia la mela” per la scena.
«Uso la mia storia, me stessa», spiega l’autrice, «ma scelgo cosa mettere, non entro nel dettaglio, do pennellate di verità: è un romanzo, c’è la scelta di cosa dire e non dire, la verita è assoluta».
Da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro sulla “pre-rivoluzione”, ambientato – con i suoi salti temporali a fare luce qua e là – nel 1966 in una cittadina della provincia italiana?
Dalla necessità di comprendere chi erano le persone. Tutto il senso del libro è nelle persone, non nella ricerca dei fatti ma di chi erano quelli che questi fatti hanno agito.
Tra le pagine sembra emerge sin da subito che ognuno dei personaggi, reali, è in bilico tra il rassicurante “vecchio” e l’affascinante ignoto.
C’era già prima del ’68 una apertura della mente e dello spirito che veniva da tanti elementi, penso fra tutti al mondo della musica. La spinta non veniva solo dal senso di rigidità che pareva circondare le nostre vite, ma da tanta apertura. Eravamo pronti al cambiamento e volevo descrivere come maturano certi cambiamenti. Certo investono solo una parte di una generazione, quella che si poneva domande e cercava delle risposte. Ma il respiro era ampio. Pensiamo che l’università di massa comincia nel ’68, prima è una parte minoritaria che la frequenta o ha in prospettiva di frequentarla, non necessariamente privilegiata dal punto di vista economico e sociale – io ho usufruito di borse di studio ad esempio – ma era una meta di conoscenza, i ragazzi erano più attenti, a tutto.
Nel romanzo Teramo è identificabile dai luoghi alle persone, ma non è mai citata. Perché questa scelta?
Non è detto che sia Teramo, ovvero lo è ma l’Italia è fatta dalle province, da queste venivano quei ragazzi e quelle ragazze che poi misero tutto in discussione. E io volevo indagare le persone in una cittadina, prima che partissero per le capitali...
L’amore gioca un ruolo fondamentale, nel libro e in quegli anni.
Intanto bisogna dire che di certo era diverso il modo dell’innamoramento: in quegli anni eravamo ancora dentro schemi “antichi”, il ’68 aprì una nuova energia, si parlò per primi di libertà sessuale, entrò nella pratica l’idea che si era liberi anche del proprio corpo. Lo scardinare il concetto antico di amore e amicizia era fondamentale in quel periodo, tutte le relazioni fondamentali cominciarono ad essere concepite come grande forme d’amore. Anche il femminismo prende forza grazie all’empatia, la sorellanza era una forma di amore e determinava il cambiamento.
L’uragano libertà sessuale nel romanzo è affidata a Gusmana, una donna che usa un linguaggio nuovo...
La donna più libera. Nel linguaggio, anche col femminismo, il corpo diventa centrale. Parlarne libera la mente. È realtà e se ne parla. Anche davanti ai cancelli delle fabbriche, studenti a parlare con gli operai di queste cose.E c’era interesse reale, noi per loro e loro per noi. Così si poteva amare il diverso con estrema facilità. Si poteva essere l’altro, accettare l’altro.
Sentimenti, amicizia, politica...
I sentimenti sono stati fortissimi: amore collettivo, che si è sviluppato non solo nelle relazioni a due. Un sentimento collettivo che ha il contenuto dell’amore sentimentale, romantico. Una grande crescita umana che ha creato tante cose.
I sessantottini hanno vinto o perso?
È la domanda che percorre tutto il libro. L’idea vince, ma i soggetti spesso accade che siano perdenti. Il tempo perché una idea si affermi è lento, anche se sembra immediato.
Sono passati 50 anni, siamo a tempi storici, forse ora si può azzardare una risposta.
Ora è un’altra epoca, pagina di storia completamente diverse. Come resisteranno i diritti e le idee di progresso bisogna vedere. Non c’è nulla di immutabile, noi alcune cose le abbiamo “vinte”, abbiamo visto l’Italia cambiare.
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