Il dramma della Shoah visto con ironia nel film di Perelman

BERLINO. Il dramma della Shoah visto con rispettosa ironia è la proposta di Persian Lessons, film di Vadim Perelman, regista ucraino naturalizzato canadese, passato ieri a Berlinale Special, sezione...
BERLINO. Il dramma della Shoah visto con rispettosa ironia è la proposta di Persian Lessons, film di Vadim Perelman, regista ucraino naturalizzato canadese, passato ieri a Berlinale Special, sezione del Festival cinematografico di Berlino (20 febbraio – 1º marzo).
Siamo nel 1942 e Gilles (Nahuel Perez Biscayart), un giovane belga viene arrestato dalle Ss insieme ad altri ebrei e mandato in un campo di concentramento in Germania. L’uomo riesce con grande furbizia a evitare l’esecuzione giurando alle guardie di non essere ebreo, ma persiano. Una menzogna che lo salva temporaneamente fino a quando a Gilles viene assegnata una missione impossibile: insegnare il Farsi a Koch (Lars Eidinger), l'ufficiale responsabile della cucina del campo, che sogna di aprire un ristorante in Iran a fine guerra.
Gilles, a cui non mancano fantasia e intraprendenza, si ritrova così a dover inventare una lingua, parola per parola, frase per frase e con tanto poi di grammatica. Mentre l'insolita relazione tra i due uomini inizia a suscitare qualche gelosia e sospetto, Gilles diventa sempre più consapevole che una mossa falsa potrebbe rivelare la sua truffa con tragiche conseguenze. «Questa falsa lingua permette a Koach di esprimere la sua umanità e mostrare alcune parti di sé che non era in grado di rivelare nella sua lingua madre», sottolinea il regista. «Persian Lessons è soprattutto un film sulla verità, sui rapporti umani e sull’umanità. Perché non si limita a parlare solo di nazismo, ma di cosa potrebbe accadere in un situazione come quella. Una situazione, tra l'altro, che potrebbe ancora succedere, in ogni nazione e in ogni tempo». Dice invece l'attore tedesco Eidinger: «Penso che la nostra società sia intossicata da odio e risentimento, e ciò rende davvero difficile capire se stessi, io, per fortuna, cerco di farlo attraverso l'arte e la creatività. Internet è un mezzo che potrebbe avvicinare le persone, ma noi lo usiamo al contrario. Oggi più che mai possiamo renderci conto del pericolo imminente, del fatto che la storia possa ripetersi. E di questo siamo tutti un po’ responsabili».
Candele, sesso e un telefono nel docu di Luca Ferri. Tutto parte al buio con “La tenerezza” di Sandro Penna e con le parole sacre di una Bibbia salvifica verso le prostitute nel segno di «chi è senza peccato scagli la prima pietra». E questo non a caso, perché La casa dell'amore, tra i 21 documentari selezionati per concorrere al Berlinale Documentary Award, racconta nello spazio claustrofobico di un piccolo appartamento illuminato solo da candele, la vita e la professione di Bianca Dolce Miele, una transessuale di 39 anni che vive a Quarto Oggiaro nell'hinterland milanese dal 2009 e di professione prostituta. Da vent'anni anni poi è fidanzata con Natasha, una trans di origini giapponesi che vive temporaneamente in Brasile. Bianca, pelata e glabra, si rade anche le sopracciglia, e con due piccoli seni dovuti a interventi ormonali, sembra un piccolo angelo in questa casa piena di bottiglie, anche usate come candeabri, libri e manifesti dello scultore Cesare Riva (si scoprirà solo alla fine essere suo padre). Cosa fa nella casa Bianca? Riceve, nella luce caravaggesca delle candele, i clienti più strani con cui fa sesso anche in modo originale e poi sta molto al telefono con i suoi clienti, i suoi amici e soprattutto con il suo amore lontano che non vede da due anni. Il loro legame è molto forte e la distanza non sembra averlo indebolito. Il film racconta, tra sigarette, travestimenti, cene con amici e clienti, la loro storia d'amore fatta di lunghe telefonate e ancor più lunghe attese. Nel cast Natasha De Castro, mentre come special guests troviamo: Dario Bacis, Thomas Lentsch, Walter Ainardi, Elamraoui Ayoub, Marco, Domenico Monetti, Umberto Baccolo, Delfina Unno, Amel, Assila Cherfi, Samantha Angeloni e Patrizia Emma Scialpi.
Una storia pugliese tra magia e corruzione: l’amore infinito di una ragazza per quella meraviglia che sono i secolari ulivi pugliesi, la corruzione locale, la vergogna di un passato contadino e anche i misteri che ci sono in ogni famiglia. Questo e altro in Semina il vento secondo film di Danilo Caputo, presentato ieri alla Berlinale nella sezione Panorama e girato all'ombra dell’Ilva. Tutto si svolge tra quelle inarrivabili sculture che sono i secolari alberi d'ulivo del Tarantino colpiti dalla cosiddetta Xylella fastidiosa. Una morte lenta per queste piante che la giovane Nica (Yile Yara Vianello) che studia agraria in città non accetta. Molto simile a quella nonna che consideravano una strega, la giovane studiosa ha come lei un rapporto straordinario con la natura. Così quando scopre che forse, grazie ai suoi studi, c'è una possibile cura per gli ulivi, non capisce proprio perché il padre, pieno di debiti, non sembri affatto contento di questa scoperta che potrebbe salvare le terre di famiglia. Il fatto è, scoprirà solo dopo Nica, che nella sua Puglia non solo le piante sono vittime di parassiti, ma anche le persone hanno i loro virus legati a un mondo senza valori, pieno di corruzione e dove conta solo il denaro.
©RIPRODUZIONE RISERVATA