Il film su Vera Gemma agli Oscar per l’Austria: «Papà era troppo bello»

La figlia di Giuliano si racconta: «Sì, mi metto a nudo Nella mia famiglia ingrassare era peggio dell’eroina»
«Ringrazio l’Austria per l’immensa fiducia riposta nel nostro lavoro e in un film che parla della lotta quotidiana dell’essere umano in tutte le classi sociali senza giudicare, escludere o squalificare. Farò di tutto perché questo sia l’inizio di un altro viaggio indimenticabile insieme ai miei registi e tutti i co-protagonisti che, come me, hanno dato l’anima per questo lavoro». Così la figlia d’arte Vera Gemma sul suo profilo Instagram commenta la notizia che “Vera”, il documentario diretto da Tizza Covi e Rainer Frimmel con lei protagonista assoluta, è il titolo scelto dall’Austria per la candidatura agli Oscar 2024 come miglior film internazionale.
Eppure il docu che oggi la mette sotto i riflettori, come ha raccontato bene l’attrice all’uscita in sala a marzo, mostra un’infanzia non troppo facile vissuta con un padre ingombrante e bello come Giuliano Gemma. Una famiglia poi, la sua, a cui era imposta fin dall’infanzia l’estetica come valore assoluto. Una cosa non facile da digerire. «Per i miei era una vera e propria ossessione, era proibito ingrassare, meglio allora diventare dipendenti dall’eroina», confessa parlando di “Vera”, già alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti (dove ha vinto per la regia e la miglior attrice). Un film che la vede protagonista appunto nei panni di se stessa, una donna non troppo felice ma dal cuore d’oro, che vive tra provini finiti male, uomini che la sfruttano, acquisti nei negozi di lusso e amicizie piene di affinità, come quella con Asia Argento. Cappello western d’ordinanza sempre in testa, Vera sembra avere come unica mission la ricerca della sua identità. Quando il suo autista investe un bambino di 8 anni e lo ferisce in una zona periferica di Roma, la donna, piena di sensi di colpa, inizia con lui e suo padre un’intensa relazione. Ma presto si renderà conto che c’è sempre qualcuno che approfitta della sua generosità. Sono veri i provini falliti del film? «Sì certo. C’è di vero che non mi hanno mai presa. C’era sempre un “ma” nei miei provini, qualcosa che non andava», dice Vera Gemma che ha recitato a teatro, serie tv e film come “La sindrome di Stendhal” e “Il cartaio” di Dario Argento e, dal 2019, è una presenza fissa in alcuni reality. Ma, ha detto ancora: «In Italia bisogna fare l’attrice intellettuale, tormentata, nevrotica, con i capelli sporchi, i tic, il bisogno di sottolineare l’odio per le interviste, per le ospitate in tv, per lo stare al centro dell’attenzione.Altrimenti si viene giudicate ignoranti. Io la penso in modo opposto, anche se sono laureata e parlo tre lingue, i tappeti rossi mi piacciono e penso che questo mestiere sia fatto di generosità, non di voglia di sottrarsi».
Ha mai smesso di sognare? «No perché sono una combattente. Ho scoperto che ci sono altri modi per poter essere artista. Sono stata così spogliarellista a Los Angeles e anche domatrice di leoni e tigri. Insomma non mi sono fatta mancare nulla. Sono andata poi all’Isola dei famosi», sottolinea, «per mostrare di avere coraggio. Sì è vero, avevo fame come tutti gli altri, ma non mi sono mai lamentata. Sapevo che quella fame sarebbe finita presto e poi stavo lavorando, mi stavano pagando. Perché allora lamentarsi come facevano tutti?». Tra i difetti confessa «quello di avere sempre il bisogno di volermi più bene, di avere voglia di conquistare come di essere amata. Ultimamente, va detto, mi sento meno brutta, mi accetto di più e mi accorgo anche di piacere agli uomini. Per tutta la vita ho avuto invece il senso di colpa di non essere bella come mio padre, ma non tutti possono essere all’altezza». Come l'ha cambiata questo film? «Per la prima volta mi sono messa completamente a nudo, senza nessun pudore e non avendo paura di far vedere che mi metto l'extension e che mi sono rifatta».