Il fotoracconto tra storia e bellezza di Pratola Peligna

7 Ottobre 2016

Negli scatti di Nicola Giuseppe Smerilli 40 anni di vita di una comunità viva e dalle forti radici

PRATOLA. C'era una volta l'Abruzzo. O (forse) c'è ancora. Basta saperlo cercare, cogliere, assaporare, attraverso uno sguardo un po' meno sfuggente di quello dell'abitudine. Lo sguardo sulle cose, sui paesaggi e sull'ambiente che cerca di restituire il fotografo Nicola Giuseppe Smerilli.

Lo fa dedicando a Pratola Peligna un'opera fotografica unica. Per la qualità delle immagini. E per i testi che la corredano. Portano la firma di Italo Zannier, tra i più grandi storici della fotografia italiani, pioniere del settore, membro, tra l'altro, della Société européenne d'histoire de la photographie, Carlo Ossola, filologo e grande studioso dei più grandi poeti italiani ed europei.

Li accompagna una poesia del poeta Yves Bonnefoy, recentemente scomparso, inedita in Italia e tradotta proprio da Ossola.

Il fotolibro è “Pratola Peligna. L'Abruzzo ritrovato”. La curatela è di Pierpaolo Bellucci, che ha dato corpo e insieme ad un lavoro, nato più di trent'anni fa, per volontà di Smerilli, molisano, ma genitori abruzzesi, e del giornalista pratolano Ennio Bellucci, che, insieme agli “strumenti” storici forniti dalle pagine del sulmonese Ezio Mattiocco, studioso e ricercatore delle tradizioni e costumi abruzzesi, discepolo di Antonio De Nino, fornisce al lettore/osservatore le chiavi di accesso ad un lavoro che, per la verità, per la sua stessa natura, si presta a mille (ri)letture diverse. Tanti quanti sono sguardi che incontra.

Smerilli, docente di fotografia dei beni culturali ed editing all'Accademia delle Belle Arti di Frosinone, dopo aver “consegnato” sue opere anche al Moderner Kunst Museum di Vienne e al MoMa di New York, ha deciso di raccontare, pellicola, Nikon e bianco e nero, la “memoria collettiva” di Pratola, attraverso un lavoro lungo tre decenni.

Le foto sono state scattate dal 1983 ad oggi. Raccontano un pezzo di storia, ma soprattutto tante storie, che si intrecciano in una dimensione collettiva, intensa e folclorica. “Nicola Giuseppe Smerilli, con estenuanti, faticosi appostamenti, lunghe meditazioni, con occhio vigile e lungimirante”, scrive Ennio Bellucci, nel fotolibro, “ha saputo scovare, far emergere il bello, far parlare le pietre, le stradine, le anguste viuzze, le tante piazzette, i lastricati, facendoli diventare realtà vive e pulsanti”. Ha saputo vincere la ritrosia della gente contadina, di bambini, delle donne, colti nella sua quotidianità: nell'interno delle loro case, in preghiera, a tirar calci ad un pallone, intenti al “rito” dell'uccisione del maiale. Il volume fotografico sarà presentato sabato 29 ottobre alle 17, nell'aula magna “Falcone-Borsellino” dell'Itis di Pratola Peligna, in occasione della giornata conclusiva del “Premio Nazionale Pratola”. Non sarà un amarcord, però, né operazione nostalgica. Perché in certi angoli del paese, il tempo sembra essersi fermato. E quelle foto di Smerilli che il bianco e nero sembra far “vecchie”, sono in realtà più che mai attuali. “La stessa gestualità d'altri tempi, le stesse fatiche che incurvano gli uomini, che consumano le donne” Mattiocco la ritrova ancora nella Pratola di oggi: “N'è né pajise né città; è solo Pratele, Pratela majje” (Non è né paese, né città; è solo Pratola, Pratola mia).

La volontà degli autori e ideatori, Ennio Bellucci e Nicola Giuseppe Smerrilli, è stata quella di raccontare un paese, colmare un vuoto e rendere omaggio ad una terra. Il valore aggiunto è il come lo si è fatto. “Nicola Smerilli”, scrive Zannier nel volume, “a sua volta, utilizza da decenni una lente, ma quella sua protesi è uno strumento non in vendita, che si nasconde tra i meandri del cervello, via via costruito nell'ambito di una sua insita, amata, cultura dell'immagine. Il che significa, per Smerilli, tradurre con la fotografia, gli episodi del nostro misterioso tempo, l'esistenza catartica della vita sociale”.

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