Il Giovane Holden sul trabocco nel romanzo di Carabba

Un Giovane Holden abruzzese: ha definito così, Antonio D’Orrico, sul Corriere della Sera, il protagonista di “La zia subacquea e altri abissi famigliari”. E il romanzo di Enzo Fileno Carabba ricorda,...
Un Giovane Holden abruzzese: ha definito così, Antonio D’Orrico, sul Corriere della Sera, il protagonista di “La zia subacquea e altri abissi famigliari”. E il romanzo di Enzo Fileno Carabba ricorda, fin dal titolo, il mondo di J.D. Salinger, soprattutto quello della famiglia Glass e dei 9 racconti. Carabba, 51 anni, è un fiorentino con radici abruzzesi. Fa parte del ramo toscano della dinastia lancianese di editori. Con il suo libro di esordio “Jakob Pesciolini” nel 1990, a 24 anni, vinse il Premio Calvino. Di questo nuovo romanzo, ambientato in Abruzzo, è uscito da pochi giorni da Mondadori (386 pagine, 20 euro), pubblichiamo l’incipit.
di ENZO FILENO CARABBA
C’è un luogo riparato, una specie di cittadella inespugnabile o di baia segreta, dove il mio numero di telefono continua a essere 602146, mia nonna materna continua ad avere settantatré anni e io d’estate continuo a mangiare tacconi al pesce, in Abruzzo. Fuori da questo luogo riparato, il mio numero di telefono è cambiato diverse volte e mia nonna materna è morta ultranovantenne.
L’Abruzzo invece è sempre lì, ma non ci torno da una vita. A San Vito Chietino c’era uno scoglio in mezzo al mare – immagino ci sia ancora – che per via della sua posizione distante dalla riva veniva chiamato “scoglio di fuori”. Stava davanti a un trabocco che secondo Gabriele D’Annunzio, famoso poeta dalla vita inimitabile, è simile a un ragno gigantesco. All’epoca di D’Annunzio dovevano andare in giro ragni particolari. Mio nonno si ricordava il giorno e l’ora in cui per la prima volta avevo raggiunto lo scoglio di fuori a nuoto. Era una cosa importante: quando uno raggiungeva lo scoglio di fuori (e tornava) poteva essere considerato un nuotatore. L’estate successiva (stavamo là tre mesi) presi confidenza con lo scoglio di fuori: ci tornavo spesso. Infatti, volendo essere onesti, non era poi così lontano per un uomo nel pieno del suo vigore, come ero io a sette anni. Questo a livello fisico. Perché invece sul piano spirituale era un confine estremo e ci voleva coraggio per raggiungerlo.
Insomma, quell’estate andavo e tornavo dallo scoglio di fuori, da solo. Mio nonno (il nonno paterno, di cui porto il nome) diceva che nonostante fossi furbo come una volpe non dovevo esagerare con la confidenza. Durante una di queste mie nuotate catturai un grosso peloso. La breve cattura avvenne in assenza di testimoni. Per quanto riguarda i pelosi, si trattava di granchi di scoglio splendidi e robusti, con una chela per tagliare e una per stringere. Creature leggendarie. Nonostante il nome, erano sostanzialmente glabri, a parte qualche pelo sulle chele. Si diceva che quelli grossi fossero in grado di piegare un accendino di plastica, anche se oggi mi rendo conto che non poteva capitargli spesso l’occasione. Per prenderli ci voleva arte. E non quell’arte che anche il più pauroso degli uomini può esercitare al chiuso di una stanza. Ci voleva un’arte fatta di audacia. Bisognava sorprenderli da dietro e bloccare le due chele con una mano sola, un’operazione difficile anche per gente esperta e vissuta come i diciassettenni. Addirittura un ventenne, scaltro e pieno di malizia a causa dell’età avanzata, ne era uscito con un dito rotto.
In quei fondali, negli appezzamenti più algosi, abitavano anche le grancevole, la cui fama è certo superiore ai meriti. Quelle sì che sembravano pelose, con tutte le alghine addosso, e anche un po’ fangose. Potevano essere più grosse dei pelosi ma avevano delle chele esili e lunghe, sproporzionate, inoffensive. Erano lente nei movimenti e nel comprendonio. Suscitavano nell’individuo sensibile una pena infinita. Pescarle era facile e non richiedeva virtù. Gli adulti mostravano di preferirle,anche dal punto di vista gastronomico, che era poi l’unico punto di vista della maggior parte degli adulti. Ma questa preferenza dimostrava solo quanto fossero vittime di una moda incomprensibile. Una volta, ormai grande, ho visto scritto sul muro di una scuola: “Quello che conta è ciò che a voi non interessa”. È proprio quello che sto cercando di dire. Per quanto riguarda la cattura temporanea del peloso, andò così. Mi ero spinto allo scoglio di fuori nonostante il mare fosse un po’ mosso. Lo scoglio presentava una vasta estensione appena sommersa, a circa un metro dalla superficie. Lì c’erano delle strane impronte scavate nella roccia, che proseguivano nella zona emersa. Mio nonno, grande narratore, mi aveva riferito che erano il segno di un combattimento tra i centauri e non mi ricordo quali creature marine. Proprio lì, nell’acqua bassa luminosa, si aggirava il peloso più grande che avessi mai visto. Però lo riconobbi: era un dio. Col mare mosso era più facile che gli esemplari di mole andassero in giro e si esponessero quindi a una presa da dietro. Così avvenne. Mi ritrovai la creatura leggendaria tra le mani. Solo che rivelò una forza perfino superiore alle aspettative. Spingeva indietro le chele cercando di aprire la mia mano. Le ondine, sballottandomi, si esaltarono fino a crescere, si nutrivano della mia emozione. E insomma non so come dirlo ma, appena mi staccai dallo scoglio e ripartii alla volta della costa italiana, cercando di nuotare con un braccio solo, il peloso, spingendo a tutta forza con quelli che potremmo chiamare i gomiti delle chele, si liberò. Era un dio meccanico?
Lo vidi cadere verso il fondo, che in quel punto era alto, e non osai inseguirlo. Planava, con le chele e le zampe larghe, come un paracadutista acrobatico prima di aprire il paracadute. Non ho visto mai più un peloso di quelle dimensioni, forse si sono estinti. Rimpiccioliva nella discesa. Sprofondando verso il passato mi guardava. Quello fu il nostro addio.
Se c’era un adulto che coglieva il valore dei pelosi, un valore sia morale che alimentare, questo adulto era mio nonno, originario di quei luoghi. Era anche una persona capace di ascoltare gli altri. Sembrava proprio contento di ascoltare, senza sovrapporsi. Questa singolare caratteristica generava in me una grande fiducia non solo nei suoi confronti ma anche – quando lui mi ascoltava – nel mondo in generale. Quando due ore dopo arrivò alla spiaggia di sassi, io corsi verso di lui per raccontargli la mia cattura. Avevo avuto tra le mani un dio. Cominciai a dirglielo già mentre scendeva dalla scala di legno che dalla massicciata portava alla spiaggia e continuai quando fu arrivato. Quel momento non me lo posso dimenticare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA