“Il ministero della suprema felicità” di Arundhati Roy

Ha «camminato molto» Arundhati Roy in questi vent'anni che separano il suo nuovo romanzo, “Il ministero della suprema felicità” (Guanda), dal suo favoloso esordio con “Il dio delle piccole cose”. «Ho...
Ha «camminato molto» Arundhati Roy in questi vent'anni che separano il suo nuovo romanzo, “Il ministero della suprema felicità” (Guanda), dal suo favoloso esordio con “Il dio delle piccole cose”. «Ho scritto di politica, preso di petto molte persone. Ho litigato. Sono fatta di tutte queste cose che si sono sedimentate e ora mi sento un po’ come un minerale», dice la scrittrice e attivista indiana, nata nel 1961 da madre cristiana e padre induista, che non ha mai smesso di portare avanti le sue battaglie contro l'ingiustizia e a favore degli ultimi. E proprio alle persone più fragili che hanno unito i loro cuori spezzati mettendo insieme i pezzi per ripararli è dedicato il suo nuovo libro, «un romanzo mondo» come ha sottolineato il presidente di Guanda, Luigi Brioschi in un affollatissimo incontro-evento a Roma, una speciale anteprima della prossima edizione di “Libri Come”.
«Dobbiamo ripensare cosa significa essere umani e ricordare che non siamo l'unica specie che popola il pianeta», dice la Roy che in questi anni ha scritto saggi. E incalza: «Come donna e come scrittrice i confini nazionali non li accetterò mai, qualunque essi siano. Questa terra appartiene a tutte le creature viventi, comprese le oche selvatiche. “Il ministero della suprema felicità” è il tentativo esplicito di violare i confini tra vivi e morti, tra uomini e animali. Il libro si muove continuamente sui temi dell'inclusione e dell'esclusione che in Europa significa migranti. Un problema che non risolveremo per molti e molti anni ancora. Ma i confini nazionali sono da spezzare». E tutti i personaggi del libro, 500 pagine tradotte in Italia da Federica Oddera, hanno dentro «confini incendiari che li attraversano».
Il romanzo si apre in un cimitero della vecchia Delhi dove l'ermafrodito Anjum sta srotolando un consunto tappeto persiano. «Il vero cuore del racconto è la Delhi medievale. C'è l'India che vive nel passato medievale e nel futuro. L'India è una democrazia, un'anarchia. Ha dentro di sé tutte queste cose diverse» ma il punto determinante, che troppo spesso si dimentica, dice: «È che è sempre una società organizzata intorno al sistema delle caste e io ho voluto lanciare una sfida aperta a questa gabbia che ti comprime dentro una sola categoria e identità».
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