Il rettore Stuppia a “Storie”: «Andavo in facoltà sul Ciao ora dirigo la d’Annunzio»

13 Giugno 2023

La nuova guida dell’università di Chieti Pescara si racconta: «Spero di abbattere i campanili tra le città e rilanciare la cultura»

Ha cominciato da studente: «Arrivai al campus dell’università d’Annunzio, a Chieti, per la prima volta su un motorino, era un Ciao guidato da un mio amico ed entrambi eravamo senza casco». Poi, una carriera accademica consacrata dall’ultimo incarico, il più prestigioso: è Liborio Stuppia, il nuovo rettore dell’ateneo d’Annunzio di Chieti Pescara, un altro ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro in onda questa sera alle ore 21 per la regia di Antonio D’Ottavio.
Laureato all’università d’Annunzio, Stuppia ha dedicato la vita alla ricerca. Nell’ultimo periodo, da genetista, ha affrontato la sfida dell’emergenza Covid con tamponi su tamponi da processare per inseguire le varianti del virus; adesso, un’altra sfida, quella di governare un ateneo da 30mila studenti, abbattere i campanili tra Chieti e Pescara e pensare all’Europa.
Cosa ha provato nel momento in cui c’è stata la certezza che sarebbe diventato proprio lei il rettore?
«È stato un momento particolare in cui mi sono detto: ma allora è vero? Pensavo che uscisse il cartello con scritto “Scherzi a parte”. Ho provato la sensazione di chi fa una scalata e arriva in cima, sulla vetta dell’Everest o del K2. Perché nella carriera accademica non c’è niente oltre. Questo, però, può dare un attimo di smarrimento: ti rendi conto che sei arrivato sulla cima ma sulla cima tira vento forte e devi dimostrare che, oltre a esserci arrivato, sai fare qualcosa di buono da lassù».
A chi dedica questo traguardo?
«A mio padre, l’unica persona che mi manca. Mia madre è ancora viva e vegeta e, novantenne, mette alla prova le mie capacità cognitive con tanti ricordi».
In questi giorni, tanti studenti e tra questi ci sono anche i futuri studenti della d’Annunzio sono in ansia per l’esame di maturità: lei se lo ricorda il suo esame di Stato?
«Lo ricordo benissimo, uscì una prova di italiano con un titolo interessante: “Il sonno della ragione genera mostri”. Eravamo nel periodo del terrorismo, i giorni del caso Moro. Quella frase era riferita proprio all’attualità ma fu bellissimo scoprire che voleva dire anche un’altra cosa: i mostri non erano davvero mostri ma prodigi, quella frase significava che se si spegne la ragione si fanno opere d’arte e capolavori. Comunque, da anni ho il sogno ricorrente, come tanti altri, che mi è stata annullata la maturità e che devo tornare al liceo. Per carità, il liceo d’Annunzio di Pescara l’ho adorato e sono stati cinque anni fondamentali, ma pensare di tornare sui banchi a 62 anni sarebbe preoccupante».
Rettore, come fa un ragazzo a scegliere la facoltà più adatta a se stesso?
«Una volta, se un ragazzo voleva fare una professione, come l’avvocato o il medico, c’erano le facoltà che si chiamavano proprio in quel modo; adesso, invece, le professioni sono diventate sempre più complesse e, a volte, non c’è neanche la percezione di quale sia il titolo di studio che permette di fare quello che una persona vorrebbe. I nostri ragazzi devono capire che quello che vogliono diventare e il percorso che intraprendono devono essere coerenti. In questo, l’università deve puntare sull’orientamento: mostrare l’offerta informativa e intercettare le vocazioni dei giovani. Faccio un esempio: non esiste solo medicina ma ci sono anche le professioni sanitarie. L’università deve far capire a una persona se è più portata per una cosa invece che per un’altra».
Nel 2023 qual è la missione dell’università in generale?
«La prima è formare professionalmente i ragazzi: in Italia c’è stata una tendenza a creare dei contenitori di informazioni mentre dobbiamo creare professionisti e bene ha fatto il governo a cambiare medicina e a farla diventare un corso abilitante in cui non si richiede che un ragazzo abbia imparato a memoria volumi su volumi ma che sappia fare il medico. Secondo: l’università deve essere un percorso che, dall’inizio alla fine, prende in carico il ragazzo. Significa che, all’uscita, questo ragazzo deve già sapere dove andare a rivolgersi altrimenti, se gli diamo solo un titolo di studio e poi lo abbandoniamo nel deserto, non abbiamo fatto niente».
Lei si è laureato alla d’Annunzio, ha fatto una lunga carriera sempre alla d’Annunzio e ora è il rettore: quanto si sente a casa alla d’Annunzio?
«Ho passato la maggior parte della mia vita dentro il campus dell’università d’Annunzio: dai 18 anni in su, sono andato lì tutti i giorni e conosco ogni filo d’erba. Mi sarebbe piaciuto fare anche altre esperienze e riportarle alla d’Annunzio ma penso a questo: faccio l’asse attrezzato ogni giorno dal 1979, lo conosco a memoria. La d’Annunzio è una parte della vita. Tra tutti i posti dell’ateneo, adoro il nostro percorso vita: è bellissimo passeggiare lì in maniera quasi meditativa. Il campus di Chieti è splendido; sul campus di Pescara stiamo iniziando a lavorare perché vogliamo farlo diventare ugualmente bello».
Nel primo discorso da rettore, ha tracciato l’identikit di Chieti e Pescara e ha detto che è ora di superare i campanilismi: quanto è importante questo aspetto?
«È fondamentale. Io sono siciliano anche se vivo in Abruzzo da una vita e quindi ho un distacco antropologico nel vedere le cose: le risorse di questa regione sono straordinarie se le sommiamo. Se mettiamo insieme una città a vocazione culturale come Chieti e una città a vocazione imprenditoriale come Pescara, otteniamo un grande risultato mentre se le mettiamo in guerra è finita. Mi chiedo: ma è possibile che il percorso che separa il campus di via dei Vestini dalla sede di viale Pindaro separi due mondi in cui sembra che ci sia addirittura anche una frontiera in mezzo? Dobbiamo unire e rilanciare sia Chieti che Pescara facendo da punto di equilibrio e non da punto di divisione. Non accetterò mai se si mettono a fare a gara sul fatto che l’università ha investito di più su Chieti o su Pescara: l’università è una e ha il privilegio di insistere su due città e ogni volta declinerà le proprie attività nel posto in cui queste hanno più possibilità di svilupparsi. Faccio un esempio che può fare arrabbiare: se tanti anni fa avessero pensato di fare un solo ospedale nella Val Pescara, avremmo risolto tutti i problemi mentre adesso stiamo a discutere su quale debba essere il Dea di secondo livello. L’errore è stato fatto 40 anni fa quando si doveva progettare una grande struttura equidistante da Chieti e Pescara. Non bisogna prendere in giro i cittadini e fargli credere che l’ospedale debba stare sotto casa: sotto casa ci può stare un ambulatorio».
È spaventato per la storia dei campanili tra Chieti e Pescara?
«Spaventato no, molto preoccupato sì. Perché i campanili sono storici e possono essere anche devastanti».
E la politica saprà andare oltre i campanili?
«Secondo me sì, i tempi sono maturi».
Un altro tema che lei ha toccato è stato: guardare all’Europa. Qual è il futuro della d’Annunzio?
«La d’Annunzio ha una posizione strategica. Noi dobbiamo guardare all’Europa da due punti di vista, quello politico e quello geografico: quello politico è importante perché il grosso della progettazione europea passa in Europa e questo riguarda anche le modalità di finanziamento del Pnrr, a partire dalla rendicontazione dell’uso dei fondi; poi siamo in un’area dell’Europa che è ancora tutta da sviluppare: è di pochi giorni fa un’intesa che abbiamo fatto per gli screening neonatali sui bambini albanesi. Dall’idea di andare a colonizzare questi posti, si è passati all’idea di portare beneficio e questo è importante perché ci sono anche fondi europei destinati allo sviluppo. Interessarsi non solo di quanto accade a Chieti e Pescara ma anche nelle nazioni vicine, è un’operazione virtuosa per quelle nazioni ma anche per l’ateneo perché si intercettano finanziamenti, si diventa un centro di riferimento importante, si cresce e si possono assumere delle persone: è un meccanismo virtuoso. Quindi, bisogna guardarsi intorno e non rimanere fermi».
Quali sono i suoi programmi per la d’Annunzio?
«Abbiamo delle criticità da risolvere che sono legate soprattutto al problema energetico. L’aumento dei costi per un’università è spaventoso Ma siccome tutte le crisi sono opportunità di crescita, questo è il momento in cui possiamo provvedere a una razionalizzazione dei consumi. Poi, il rilancio della cultura e l’internazionalizzazione. Ancora, mi piacerebbe che la d’Annunzio diventasse sempre di più un luogo in cui gli studenti sono orgogliosi di venire a studiare. Vogliamo rilanciare il brand università d’Annunzio, magari colorare le città con il nostro marchio».
Lei ha detto: «Il mio metodo sarà sempre quello della concertazione e della condivisione delle scelte». Essere parte di una squadra è meglio di essere un uomo solo al comando?
«Non sarei capace di decidere da solo e imporre le mie scelte. Se c’è qualcuno che fa un’antitesi, la sintesi è un progresso mentre, se sei un uomo solo al comando, resta la tua tesi e, nove volte su dieci, si rivela poca cosa. Vuol dire però dover fare molte riunioni con tante persone ma su questo non mi stanco affatto e spero che i colleghi avranno pazienza».
Ora è l’inizio del suo mandato; al termine del suo mandato come vorrebbe che fosse la d’Annunzio?
«Mi piacerebbe che diventasse un posto in cui gli studenti fossero orgogliosi; mi piacerebbe che la sede di viale Pindaro diventasse bella come il campus di via dei Vestini; mi piacerebbe disseminare le due città di cose che la d’Annunzio lascia lì come musei, musei interattivi e centri di formazione; mi piacerebbe che camminando per Chieti e Pescara si trovasse qualcosa che è Uda. Negli ultimi sei anni, tre sono passati sotto il segno della pandemia e adesso che è il periodo della riesplosione di energia dopo la contrazione vorrei che questo fosse un volano per portarci lontano. Poi, tra sei anni, butterò la sim del telefonino nell’Adriatico e comincerò un giro d’Italia in moto, da solo».