Il ritorno di D’Alessandro: nel mio romanzo celebro la potenza dell’amore

8 Novembre 2024

L’autore avvocato abruzzese presenta al Fla il suo “Lo sperduto” «Il protagonista è un uomo fragile, con dentro un istinto di morte»

PESCARA. È dedicato «a tutti gli sperduti, soprattutto in se stessi» il nuovo romanzo di Giovanni D’Alessandro, che torna dopo oltre undici anni a incantare i lettori. “Lo sperduto”, edito da Città Nuova – di cui inaugura la collana “Narrazioni” – , di recentissima pubblicazione, sarà presentato domani al Fla – Festival di Libri e Altrecose, ore 16, Sala Favetta del Museo delle Genti d’Abruzzo. Dialogheranno con l’autore Stefano Redaelli e Antimo Amore.
Scrittore, saggista, una carriera da brillante avvocato. Nato a Ravenna da famiglia abruzzese, fin da adolescente vive nella sua regione di origine, dove ha ambientato la gran parte dei suoi otto romanzi. Il suo esordio letterario risale al 1996 con “Se un Dio pietoso” (Donzelli): ambientato a Sulmona nei primi del Settecento, vincitore di premi di prestigio, è stato definito «un autentico caso letterario degli anni Novanta». Ha scelto questa volta una citazione del filosofo danese Kierkegaard, da lui particolarmente amato – «Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio. Non osare è perdere se stessi » – per traghettare i lettori nella storia di Marcello, protagonista di un romanzo sull’amore e la sua «forza indomabile che riapre tutte le prospettive di vita».
D’Alessandro, un attesissimo ritorno il suo, a 11 anni e mezzo di distanza dal romanzo “La tana dell’odio”, per raccontare un personaggio che, ha dichiarato, le «urgeva da dentro»…
Ho sempre pensato che nella scrittura partecipiamo ai lettori le domande a cui non sappiamo rispondere. Se fossimo in grado di spiegarci le ragioni per cui un personaggio reclama di essere agito su pagina, forse non saremmo in grado di offrire al lettore la cosa più autentica. La certezza è sterile dal punto di vista scrittorio: il romanzo, la narrativa, nascono dal voler chiedere l’aiuto dei lettori, proponendo loro qualcosa che abbiamo dentro, ma che non sappiamo per quale ragione si agita in modo indomito. “Lo sperduto”, certo, ha collegamenti con il mio mondo – sono stato per 42 anni avvocato e Marcello è un notaio, sono un anglista e sono tanti i riferimenti alla letteratura anglosassone; c’è il tema, presente anche in altri miei romanzi, della primarierà degli affetti –, ma era un personaggio che aveva necessità di venire fuori. Probabilmente, se avessi potuto individuarne con chiarezza le ragioni, la sua resa sarebbe stata un po’ mutilata.
Chi è lo sperduto?
È una persona che soffre da sempre di una patologica incapacità di darsi una direzione, alla ricerca di una figura a cui appoggiarsi, che lo orienti. Ha un padre condizionante, il classico padre castrante, che interviene in modo disastroso su questa identità in formazione. Si potrebbe anche definire un romanzo sulla gregarietà. Ci sono persone che hanno bisogno di un appoggio, che serve poi solo a dare il là al loro muoversi; molto spesso, sono intelligentissime, ma disorientate. Questo è un problema di identità tra i più dolorosi e anche tra i più diffusi, emerge soprattutto nei rapporti di coppia. Ed è il maschio più spesso il più fragile e sperduto. Non sarei mai stato capace di scrivere di una “sperduta”, perché, almeno io, una sperduta non l’ho mai vista: la donna è il vero sesso forte.
Cosa significa per lei questo ritorno al Fla?
Sono stato ospite in precedenti edizioni, ma forse nessuna mi è più a cuore di questa. Sono trascorsi tanti anni da “La tana dell’odio”, anni di grandissimo impegno e anche di qualche preoccupazione. Questo è un romanzo sulla forza positiva dell’amore, che ci può sollevare. Marcello è consapevole che dentro ha una parte che gli psichiatri chiamano “Thanatos”, l’istinto di morte, di azzeramento della vitalità; questo istinto ha solo un nemico da temere: Eros. Ho voluto celebrare la bellezza dell’amore, l’unica forza in grado di sollevare l’anima.
Quasi tutti i suoi romanzi sono ambientati in Abruzzo e “Lo sperduto” non fa eccezione. Quanta Pescara c’è?
Vivo in Abruzzo fin da adolescente. Sono nato in Romagna da una famiglia abruzzese, la nostra è stata una riacquisizione di radici. Pescara è molto presente in questo romanzo, è descritta con affetto ma anche con severità, perché questa è una città nella quale non è facile vivere. Ha caratteristiche sulle quali il mio giudizio è tanto innamorato quanto severo. C’è tanta Pescara, ma non la volevo mitizzare.
Cosa vuol dire oggi essere un romanziere?
Dare una speranza al lettore che esista una realtà che lo prenda di pancia, di testa, di cuore, diversa dalla sua quotidianità. Lo scrittore ha questa legittimazione: far innamorare il lettore. Il libro deve rimanere nell’anima di chi lo legge. La commozione è un’altra categoria fondamentale della scrittura. Quando scriviamo, trasferiamo una realtà che non si vede, cercata dai lettori. Nella misura in cui ci facciamo tramiti, la scrittura scorre automaticamente, chiamando il lettore verso quella realtà che non pensava neppure ci potesse essere.
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