L’abruzzese Adriatico: spero che col mio film tanti scopranoTondelli

22 Ottobre 2023

“La solitudine è questa” alla Festa del cinema di Roma Il regista: «Uno scrittore maltrattato e tra i più importanti»

L’AQUILA. «Spero che chi vedrà il film abbia voglia di leggere i libri di Tondelli. Non ho aspettative quando presento i miei film nei festival, ma sono contento che “La solitudine è questa” abbia un’uscita di rilievo, è un premio al grande lavoro corale che c’è dietro e inoltre può servire a rilanciare la figura di uno dei più grandi autori del secondo ’900 italiano». Raggiunto telefonicamente a Napoli, dove sta portando in scena con grande successo il nuovo lavoro “XYZ. Dialoghi leggeri tra inutili generazioni”, il regista e autore teatrale e cinematografico aquilano Andrea Adriatico, fondatore e anima dal 1993 a Bologna del Centro internazionale Teatri di Vita, parla della prima mondiale domani alla Festa del Cinema di Roma del suo nuovo lungometraggio “La solitudine è questa” dedicato a Pier Vittorio Tondelli, nella sezione Free Style. Prodotto da Cinemare con Pavarotti International 23, il docufilm è scritto da Adriatico con Grazia Verasani e Stefano Casi.
Cosa ha rappresentato per lei Tondelli, come l’ha influenzata a livello personale e creativo?
Da un punto di vista personale è un autore a me caro, letto da giovanissimo. Quando la procura aquilana nel 1980 ordinò il sequestro per oscenità del primo romanzo di Tondelli “Altri libertini” in città vi fu un’eco fortissima. Ricordo molto bene me 14enne che compro il libro e scopro una dimensione che mi appartiene. Poi, da universitario negli anni '80 a Bologna, l’ho conosciuto, ma non a livello amicale. Per me ha significato un accompagnamento nella vita e nella scrittura importante. Tondelli è stato uno scrittore molto maltrattato, di cui si è quasi persa traccia pur avendo lasciato segni rilevanti nella cultura e nella letteratura, anche con il grandissimo lavoro di scoperta di giovani scrittori, Romagnoli, Culicchia, Silvia Ballestra, curando antologie di esordienti per l’editrice Transeuropa, mettendo in moto l’impegno letterario.
La damnatio memoriae nei confronti di Tondelli è dovuta alla sua morte per Aids, malattia peraltro mai nominata dallo scrittore?
Ci troviamo di fronte all’unico grande personaggio in Italia dichiarato morto di Aids... Contrariamente ad altri Paesi, pare che in Italia ci sia stato “solo” Tondelli, e questo ha gettato silenzio e imbarazzo su lui e la sua produzione letteraria. Oggi fortunatamente i tempi sono cambiati e Tondelli merita di riavere il posto che gli spetta nella letteratura, con una sua classicità. Morire di Aids nel 1991 significava essere bollati per sempre e trovarsi in una condizione di estrema difficoltà di fronte al mondo. All’epoca non c’erano cure come la terapia triplice, arrivata solo cinque anni dopo.
In “La solitudine è questa” affida a sette scrittori under 40 il racconto di Tondelli, in un “road docmovie” nelle città legate ai suoi scritti e alla sua vita. A L’Aquila Viola Di Grado racconta “Altri libertini” e le sue vicende agli “intervist/attori” Lorenzo Balducci e Tobia De Angelis. A Roma e Orvieto l’abruzzese Alcide Pierantozzi conduce nelle atmosfere di “Pao Pao”, che Tondelli ambientò nelle due città del servizio militare. A Berlino Jonathan Bazzi svela “Camere separate”, ultimo doloroso romanzo sulla malattia e la morte. Com’è nata l’idea della struttura del film e delle sue testimonianze?
Bisognava trovare una chiave di lettura, provare a indagare cosa c’è di Tondelli nei giovani scrittori di oggi, cercare le sue tracce nella loro scrittura. Di Grado, Pierantozzi, Bazzi, e Alessio Forgione, Angela Bubba, Paolo Di Paolo, Claudia Durastanti non l’hanno conosciuto e non hanno vissuto gli anni '80 e quel mondo tondelliano. Ho affidato a ognuno un testo di Tondelli e una città, in una sorta di viaggio narrativo. E il viaggio è stato tema centrale della vita e opera di Tondelli. Mi sono anche posto il problema di come dare le informazioni biografiche, e lì mi è venuto in soccorso Tondelli stesso con “Quel ragazzo”, uno dei suoi scritti in quel gioiello che è “Un weekend postmoderno”.
A Jonathan Bazzi ha affidato l’ultimo capitolo letterario e di vita di Tondelli.
Bazzi ha una scrittura molto simile a quella di Tondelli e diverse altre affinità, anche lui è diventato giornalista per testate importanti. Ma vive in un’epoca storica diversa, in cui si può parlare con serenità di omosessualità, di Hiv. Ha saputo gettare un ponte tra lui e Tondelli, che invece non ebbe la stessa libertà. Sono molto grato a Jonathan Bazzi perché ha messo la sua vita dentro questo film.
Il film alla Festa di Roma, trent’anni di Teatri di Vita, la Targa Volponi, i suoi spettacoli teatrali in giro per l’Italia, il nuovo allestimento “Le amarezze" da un testo giovanile del suo amato Koltès. È un 2023 pieno di soddisfazioni.
È un momento bellissimo nella mia vita, riesco a fare tante cose. Ma se mi guardo intorno vedo l’orrore assoluto. Quello che accade in Medio Oriente mi lacera moltissimo. Nella compagnia c’è l'attore palestinese Anas Arqawi, sentirlo parlare al telefono coi suoi genitori è toccante. Siamo un mondo in guerra.