L’Abruzzo amato dal cineasta «Qui si rispetta la natura»

Nel 1994 il regista realizzò un documentario sul Bosco di Sant’Antonio «Questa terra pare che riaffiori dal passato per sorprenderci e ammonirci»
PESCARA. «L’Abruzzo è una regione dove la natura è stata rispettata meglio che in altre. La gente di questa terra ci ha saputo convivere quasi come in un vincolo di pari dignità fra l’uomo e gli altri abitatori dei pascoli, delle foreste, dei fiumi. Ora questa terra, così com’è e come doveva essere dai tempi lontani, al nostro sguardo di cittadini della “società avanzata” pare che riaffiori dal passato per sorprenderci ed ammonirci» .
Ne parlava così, Ermanno Olmi, dell’Abruzzo che celebrò in un film documentario di 22 minuti intitolato “Mile anni”. Era il 1994.
Il regista bergamasco scomparso ieri a 86 anni, incentrò il suo racconto per immagini su un pezzo di Abruzzo, il, Bosco di Sant’Antonio, vicino a Pescocostanzo, nell’area del Parco nazionale della Maiella.
Il titolo del film rimanda ai mille anni di un faggio monumentale dal diametro di cinque metri presente nel bosco di Sant'Antonio. La Riserva del Bosco di Sant’Antonio, creata nel 1985, ha un estensione di 550 ettari, tra i 1290 e i 1420 metri di quota.
La Riserva è un “biotopo forestale” di grande interesse naturalistico utilizzato storicamente dalla popolazione come pascolo erborato per bovini ed equini. Vi si trovano antichi faggi (Fagus sylvatica), acer, il pero selvatico (Pyrus pyraster), il tasso (Taxus baccata), il Cerro (Quercus cerris) e il ciliegio (Prunus avium).
“Mille anni” segnò il ritorno di Ermanno Olmi al documentario con cui aveva esordito all’inizio degli anni Cinquanta, quando era ancora un impiegato Edisonvolta, dove già lavorava la madre. La ditta gli affida l'organizzazione delle attività ricreative per i dipendenti, in particolare quelle relative al servizio cinematografico, e gli viene richiesto di documentare le produzioni industriali attraverso filmati.
Così, tra il 1953 e il 1961, Olmi realizza decine di documentari, tra i quali “La diga sul ghiacciaio”, “Tre fili fino a Milano” (1958) e “Un metro è lungo cinque”. In tutti gli oltre quaranta documentari realizzati , nell’arco di otto anni, si nota l'attenzione alla condizione degli uomini che lavorano nelle aziende in un’Italia che entrava negli anni del boom economico, un modello interpretativo della realtà che anticipa le caratteristiche del suo cinema di finzione degli esordi.
Nel 1959 Olmi debutta sul grande schermo con il lungometraggio “Il tempo si è fermato”, un film che riprende temi dei suo documentari anticipando quelli che caratterizzeranno il suo cinema della maturità.
La storia è imperniata sull'amicizia fra uno studente e il guardiano di una diga ed è ambientata nella solitudine dell'alta montagna. Un mondo che è al centro del suo secondo lungometraggio, “Il posto” (prodotto dalla casa di produzione 22 dicembre, fondata dallo stesso Olmi con un gruppo di amici) del 1961, con il quale ottiene ottime recensioni. Il film, infatti, racconta la storia di due giovani alle prese con il loro primo impiego. La pellicola si aggiudica il premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1961.
Il mondo del lavoro e, in particolare, quello operaio, è, infine, il tema che fa da sfondo anche al suo successivo film, “I fidanzati”, girato nel 1963.
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