L’amore dietro le sbarre «Tra queste mura ho capito molte cose...»

22 Novembre 2014

Come un romanzo i messaggi dei detenuti a chi resta fuori Affetti e nostalgia nel concorso organizzato a Lanciano

LANCIANO. Si rivolgono all’amata che li aspetta fuori o a quella di cui riconquistare la fiducia tradita. C’è chi indirizza i propri pensieri ai figli, chi scrive all’amore e chi perfino «al vecchio e grande Danubio». Sono le passioni che smuove lo scrivere a chi è costretto tra quattro mura, quelle delle carceri di tutta Italia.

Per il secondo anno Lanciano ha, infatti, ospitato il concorso nazionale “Lettere d’amore dal carcere”, organizzato dalla casa circondariale di Villa Stanazzo in collaborazione con il Comune di Torrevecchia Teatina, sede del Museo della Lettera d’amore. Sono state oltre cento le lettere arrivate da tutti gli istituti penitenziari d’Italia. I pensieri dei detenuti che hanno partecipato non sono rivolti solo all'amore per il proprio uomo o la propria donna.

«Il pensiero va a tutto ciò che smuove le passioni ed è piacevole da pensare, insomma all'amore nella sua accezione più ampia», spiega il professor Vito Moretti, presidente della giuria, «chi ha usato toni realistici e chi di fiaba, chi ha scelto la forma della cronaca o del diario, chi lo ha fatto come una confessione intima oppure dando voce alla rabbia, chi solo per il piacere di scrivere scoprendosi anche in modo diverso».

La giuria del premio ha scelto di premiare quattro lettere (con un ex aequo per il secondo posto). «Con te non mi mancava niente ed ora, non lo nego, mi manchi tantissimo. Da due anni sono chiusa in queste quattro mura pagando i miei errori, errori che ho commesso per disperazione», è l’amore disperato di Marilù Arriaga, 34 anni, messicana reclusa a Rebibbia, per il compagno scomparso. E’ questa la lettera vincitrice del concorso: «Tra queste mura ho capito molte cose e ho cominciato a riapprezzarne altre. Ti prometto però che quando uscirò da questo posto starò sempre con le nostre figlie. Proteggici da dove sei».

Al secondo posto, a pari merito, ci sono le lettere di Nicu Marius Cret, romeno, detenuto a Treviso, e Massimiliano Solla, 47, in carcere a Pavia. «Mi hai insegnato ad emergere da quell'oceano di falsità e malignità che mi circondava e che pian piano mi faceva sprofondare, soffocandomi», scrive Nicu Cret all’amata, «questo è stato un tuo regalo: insegnarmi a combattere».

Solla si rivolge invece ai figli: «Amori miei, non permettete al male che vi ho cagionato di impedirvi di fidarvi dell’amore. Amate, anche qualora non foste mai amati da nessuno».

«Un mese, trenta giorni, settecentoventi ore, quarantatremiladuecento secondi di lontananza dal tuo ciuffo ribelle, aspettando una carezza del tuo sguardo che non arriva», conta Federico Torchia (44 anni, recluso a Padova, quarto classificato), cercando di riconquistare la fiducia della sua donna, «quattro anni, un'eternità, mi dividono dalla verità e nei tuoi occhi leggo perplessità per un futuro lontano che magari mai arriverà».

La cerimonia di premiazione, presentata da Stefano Angelucci Marino, si è svolta nel teatro Fenaroli di Lanciano, alla presenza di alcuni detenuti del carcere di Villa Stanazzo, della direttrice del penitenziario, Maria Lucia Avantaggiato, del prefetto Rocco Fulvio de Marinis e delle scolaresche.

Brani delle lettere sono stati letti dagli attori del Teatro Studio di Lanciano, mentre Ivan Zulli e l’associazione Accordiversi ha curato le musiche. Dieci scritti sono stati segnalati dalla giuria.

«Alle prove dell’orchestra ci siamo conosciute e durante le prove ci hanno separate, dopo tre anni di concerti e studio», si rivolge alla compagna Renee Garaventa Malfatto, napoletana, detenuta nel carcere femminile di Rebibbia, «la prigione è cattiva, amore mio, in prigione si può impazzire, ma tu mi hai preso per mano fin dall’inizio e non mi hai più lasciato».

«Mi hai parlato di alti e bassi, mi hai detto che hai bisogno di me amore mio: un bacio immaginario per buonanotte, due lacrime per la colazione, è tutto quello che ti posso offrire in questo momento», scrive Petar Skoro, serbo, 37 anni, detenuto a Opera.

«Buon giorno amore mio, spero che anche stamattina nonostante tutto, il tuo sia stato un dolce risveglio», immagina Mario Seminara, 60 anni, dal carcere catanese della Bicocca, «anche se vedo con gli occhi dell’anima la tua mano che accarezza l’altro cuscino per cercare la testa del compagno, del marito che non c’è, del padre lontano dagli occhi dei figli, lontano perché sta pagando un prezzo allo Stato, lontano perché ha sbagliato».

«Scrivo una lettera all’Amore», esordisce Fabrizio Locatelli, milanese, 42 anni, recluso a Pavia, «questa emozione che ho trovato tra le piaghe del mio dolore, che è riuscita a mostrarmi come anche nel buio esso non ti abbandona mai». Anche tra le mura di una cella.

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