«L’Arminuta è casa Luna nera mi porta in tutto il mondo»

L’attrice pescarese nella sua città con la piéce dal romanzo di Donatella Di Pietrantonio
PESCARA. «È la prima volta che recito nella mia città, sono molto contenta e emozionata. So che c’è una grande risposta del pubblico, una grandissima partecipazione, sarà un bell’abbraccio con la mia Pescara». Si avvia al tutto esaurito la rappresentazione teatrale al Circus de “L’Arminuta”, con la talentosa e pluripremiata attrice pescarese Lucrezia Guidone interprete e regista della pièce.
Lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo, dall’omonimo romanzo premio Campiello della scrittrice arsitana Donatella Di Pietrantonio, è in cartellone domani (ore 21) per il festival La Cultura dei Legami, ideato e diretto da Edoardo Oliva del Teatro Immediato, in collaborazione con Fondazione Aria, Comune di Pescara, Tsa, Laad. Con Lucrezia Guidone è in scena Beatrice Vecchione: l’arminuta, la ritornata senza nome e la sorella minore Adriana. «Dopo il debutto un anno fa all’Aquila lo spettacolo è tornato in Abruzzo, ma non si era creata l’occasione per portarlo a Pescara. Devo dire un grazie speciale all’assessore alla cultura Mariarita Paoni Saccone, che ha creduto nel progetto, ha trovato l’appoggio della Fondazione PescarAbruzzo e ottenuto uno spazio come il Circus, adatto col suo palcoscenico all’impianto scenografico dello spettacolo».
Cosa l’ha colpita del romanzo e come l’ha riletto per la scena?
È una storia che mi tocca molto. Parla di sopravvivenza emotiva. Le due protagoniste vivono in un ricordo. Sono partita dalle parole di Donatella, nella riduzione di Giacomo Vallozza, ma non dovevo ricreare il romanzo. Ho cercato di evocarne le atmosfere, i sentimenti, il viaggio nella memoria con un lavoro evocativo e non realistico.
Fuori dall’Abruzzo la sua “Arminuta” è stata compresa?
Ho mantenuto sia l’italiano per il filo narrativo che le parti in dialetto per i ricordi, e nonostante la particolarità della storia e della lingua lo spettacolo è stato accolto molto bene, ha toccato gli spettatori. È una storia abruzzese che merita e lo spettacolo è un investimento coraggioso del Tsa. Noi abruzzesi abbiamo un patrimonio di storie da far conoscere. Per l’Arminuta stiamo incastrando gli impegni individuali con le richieste, che sono tante perché lo spettacolo, grazie al successo del romanzo, attrae il pubblico dei lettori oltre quello teatrale.
Allieva e poi attrice di Luca Ronconi, diretta da Lorenzo Salveti, Federico Tiezzi e altri maestri. Per questa sua prima regia cosa ha “rubato” loro?
Ho cercato di mettere in pratica i loro insegnamenti secondo le mie possibilità. Da loro ho imparato il coraggio di entrare nel mio immaginario per poi trasmetterlo agli altri. È difficile trasporre un romanzo per la scena, è stata un’operazione di coraggio credere in me e dare vita e voce al mio immaginario.
Difficile dirigersi? È stata più esigente con se stessa che con Beatrice Vecchione?
Dal punto di vista visivo mi sono aiutata con un mio doppio durante le prove per i movimenti scenici. Dal punto di vista recitativo è stato impegnativo, un viaggio dentro me stessa. Ho messo molto di mio per poter entrare nel cuore dello spettatore. Beatrice è un’attrice molto brava, si è molto fidata di me pur essendo la mia prima regia.
Nella sua carriera ci sono anche cinema e serie tv, come “Luna Nera”, sei episodi su Netflix dal 31 gennaio per una platea mondiale. Com’è stata accolta la serie?
Il progetto è stato ambizioso perché “Luna Nera” racchiude generi poco praticati in Italia, a partire dal fantasy. È un’operazione coraggiosa di Fandango e Netflix, che per la terza volta produce una serie italiana (dopo “Suburra” e “Baby”, ndr). Non essendo una fiction tv, coi dati d’ascolto, né un film, coi numeri del botteghino, non sappiamo cosa sta succedendo se non dai social. La serie è stata distribuita lo stesso giorno in 190 Paesi e allora capita che apri Instagram e hai 200 messaggi da tutto il mondo. Sta piacendo soprattutto in Sudamerica. Ricevere complimenti dal Brasile, dall’Argentina mi emoziona tantissimo. Sono frastornata ma contenta.
Tre sceneggiatrici, tre registe, i personaggi principali sono streghe, tra cui la tua Leptis. C’è un richiamo all’oggi in questo fantasy al femminile che racconta di donne perseguitate nell’Italia del Seicento?
Ci sono anche tanti uomini però, e tutti bravissimi. Parlando di caccia alle streghe la storia è indubbiamente al femminile, ma il fatto che lo si noti dovrebbe farci pensare. Non si dice mai: è un film al maschile. La storia è ambientata nel Seicento ma può avere una risonanza anche oggi per tutto quello che significa la persecuzione del diverso. Ma ci sono tanti temi, l’omosessualità, il genere… Leptis è portatrice di temi importanti. Ha una relazione con una donna, nel Seicento inimmaginabile.
Un ruolo impegnativo anche fisicamente?
Ho imparato ad andare a cavallo, tirare con l’arco, usare la spada. Il cast ha fatto un mese di training con gli stunt Emiliano e Alessandro Novelli. Prepararci fisicamente ci ha aiutato nella costruzione dei personaggi. Leptis è una guerriera, ma è anche la strega con le caratteristiche più umane e la gente vi si vede tanto. Sono stata fortunata, è stato un sogno, con un cast stupendo.
È stata Elena nel cechoviano “Zio Vanja” diretto dalla regista ungherese Kriszta Székely per lo Stabile di Torino, applaudito anche a Budapest Ora quali progetti l’aspettano?
Tra poco sarò nel film di Mario Martone su Scarpetta. Oltre a una nuova serie per la tv italiana, aspetto l'eventuale seconda stagione di “Luna Nera”.
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