“L’estate del cane bambino” così si apre la storia di 5 ragazzi
Pubblichiamo l’incipit del romanzo di Mario Pistacchio e Laura Toffanello “L’estate del cane bambino” Menego aveva quattordici anni, io, Michele e Ercole dodici, Stalino quasi, e il cane nero chissà....
Pubblichiamo l’incipit del romanzo di Mario Pistacchio e Laura Toffanello “L’estate del cane bambino”
Menego aveva quattordici anni, io, Michele e Ercole dodici, Stalino quasi, e il cane nero chissà. Era l’estate del 1961. Il nostro mondo di allora era fatto di morti che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti. Era un tempo in cui le leggende erano vere, e se qualcuno ci avesse detto che non era possibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene.
Fisso la notte fuori dalla finestra. Un fantasma con un buco nel petto e una smorfia amara sulle labbra mi osserva riflesso nel vetro. Alle sue spalle, i lampioni disegnano strade come fiumi, la neve scende muta, i semafori lampeggiano. Alla fine mi hai trovato, penso. La busta e dove lýfho lasciata entrando in casa. Nessun mittente, timbro postale di Chioggia. E arrivata stamattina in uƒ°cio. Per il capitano Vittorio Boscolo, Comando compagnia carabinieri Torino San Carlo, una grafia minuta, meticolosa e lenta. Lýfho riconosciuta subito. Prima di aprirla ho aspettato che Caputo uscisse. Ho respirato piano ascoltando i rumori della caserma, movimenti trascinati, gesti ripetuti, ticchettio di tasti schiacciati per redigere una denuncia uguale ad altre mille. Neon che sibilano, telefoni che squillano e piu giu, lungo il corridoio, i passi del brigadiere che si allontana e attraversa la sala dýfattesa salutando qualcuno. Lulu si avvicina con un bastoncino in bocca, e un gioco che facciamo io e lei. Stacca qualche rametto dalle piante sul balcone e me ne porta uno. Prendo il bastoncino e lo lancio nellýfaltra stanza, Lulu lo insegue, lo aýÝerra e lo riporta al volo. Gattocane, una volta lýfavremmo chiamata cosi. Finisco di preparare la valigia, controllo il biglietto. Spazzolo la giacca prima di metterla via, stiro la piega dei pantaloni contro lo spigolo del tavolo, lucido le scarpe. Sfilo la pistola dalla fondina, la smonto e la pulisco. Le due stanze ammobiliate dove vivo sono fredde. L’orologio batte i secondi, le pareti sono bianche. Il divano è nuovo, come se non mi ci fossi mai seduto, come se non avessi trascorso qui quasi tutte le sere di quasi tutta la mia vita. Avvolgo la Beretta in un panno e la chiudo nella cassetta di sicurezza. Avvicino una sedia all’armadio e ci salgo sopra. Nascondo la cassetta in fondo all’ultimo ripiano, in alto, dove un bambino non potrebbe mai prenderla. È quasi giorno, Lulù si è addormentata e forse sogna. Ho già chiesto alla moglie del portiere di passare a darle da mangiare. «Non ti lascio sola» le sussurro accarezzandola. «Torno presto».
Mi infilo il cappotto. Prima di metterla nella tasca interna, apro ancora una volta la busta che mi ha spedito Michele. Dentro c’è una pagina di quaderno mangiata dal tempo. Sopra non c’è scritto niente, non una riga, non una parola. La carta è fragile, i quadretti sono stinti. Il muro al margine del foglio, il giardino abbandonato, il sole che scende, le ombre che si allungano, la breccia aperta dal tempo, abbastanza larga perché qualcuno riesca a passarci. Osservo le pietre, la robinia, i cespugli, il pozzo. Ogni dettaglio è nitido, preciso. Al centro del disegno c’è un uomo, un gigante con un paio di corna sulla testa. È girato di spalle, la faccia non gli si vede. Tra le mani stringe un cane nero e lo solleva come se non pesasse niente. Rispetto all’uomo, il cane è piccolo, sembra addormentato. Tutto il resto sono rovi. Chiudo gli occhi. Oltre l’uomo con le corna, oltre il giardino abbandonato, al di là del muro, sei ragazzini giocano a pallone. L’aria è immobile, il fiume scorre, le canne dondolano al sole. È ancora estate.