L’estate di Mika «Dopo l’Italia scoprirò l’Abruzzo»

Il cantante anglo-libanese si racconta al “Centro” in attesa del concerto del 30 luglio a Chieti
di Rosa Anna Buonomo
Gli esordi da ragazzo prodigio alla Royal Opera House di Londra; la pubblicazione del singolo “Grace Kelly” che ha dato il via alla sua scalata al successo; la musica come alternativa nata dai problemi di dislessia che ne avevano compromesso l'andamento scolastico, diventata poi filo conduttore della sua vita. Il cantautore libanese naturalizzato britannico Mika, al secolo Michael Holbrook Penniman Jr, farà tappa il prossimo 30 luglio all'Arena La Civitella di Chieti con il suo tour mondiale. I biglietti per assistere allo show sono disponibili su circuiti TicketOne e CiaoTickets a partire da 46 euro. Organizzazione Best Eventi. Il Centro lo ha raggiunto al telefono a Londra. Ecco cosa ci ha raccontato.
Mika, che cosa le piace dell’Italia?
E' un Paese è incredibile perché ha tantissime facce e culture. C'è un po' di tutto, c'è sempre qualcosa da scoprire; per me è una cosa affascinante. Mi ritrovo in questo mix e mi piace tanto. In Italia ho fatto diversi progetti, ma mai un vero tour come negli altri Paesi. Ho colto questa opportunità, anche perché non sono più impegnato con "X Factor". In Abruzzo sono stato solo in macchina, di passaggio. Sarà l'occasione per scoprire ancora di più dell'Italia.
Primo giudice internazionale di un talent italiano. A X Factor Italia è rimasto per tre edizioni. Com'è stato sedersi dall'altro lato?
Il rapporto con i cantanti è stata la cosa più bella di tutta questa esperienza. Lavorare con le persone è stato molto divertente. Il meccanismo del talent era un po' duro per me, l'ho trovato un po' crudele; ma lo show in Italia è bello perché è imprevedibile, non programmato. Ora, però, era arrivato il tempo di cambiare.
In Italia sempre più giovani aspiranti artisti tentano la strada del talent show. Cosa ne pensa di questa scelta? Secondo lei nel nostro Paese è più difficile far carriera come cantanti rispetto ad altre realtà?
Sicuramente il mercato è molto più grande quando si canta in inglese. Quando si canta solo in italiano è più complicato. Ma quando si ha questa voglia dentro di sé è importante provare a trovare la strada giusta, in qualsiasi modo. In questi ultimi anni grazie ai talent ci sono tanti artisti che hanno avuto l'opportunità di affermarsi e non è una cosa negativa. Pensiamo a Marco Mengoni, che ha fatto una bellissima carriera. C'è sempre bisogno di essere lanciati in qualche modo, è importante cogliere tutte le opportunità che la vita presenta. L'inizio non conta, conta quello che fai e dimostri dopo, come ti gestisci e come lavori.
La dislessia e gli esordi artistici. Quanto l'ha aiutata la musica e cosa ha rappresentato per la sua vita?
Se devo essere onesto, non era ciò che volevo fare all'inizio. Sono stato cacciato da scuola quando avevo 9 anni e mia madre mi ha spronato a dedicarmi alla musica. Dopo pochi mesi cantavo alla Royal Opera House di Londra. La musica mi ha dato tanto: il senso di disciplina, la creatività; mi ha permesso di crearmi un'identità, incontrando diverse culture.
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