L’incipit del racconto: «Bandiera rossa. Mare nero...»
Bandiera rossa. Mare nero. Giorgio solleva lo sguardo. Il vento è carta vetrata sulle guance scottate dal sole. Le onde s'infrangono sulla banchina e sparano schizzi contro il cielo. Sedici anni....
Bandiera rossa. Mare nero. Giorgio solleva lo sguardo. Il vento è carta vetrata sulle guance scottate dal sole. Le onde s'infrangono sulla banchina e sparano schizzi contro il cielo. Sedici anni. Occhi irritati, labbra screpolate. Il sole gli ha ridipinto il viso di cacao affogando il pallore dell’inverno, gli ha schiarito gli occhi, quegli occhi sinceri che per un anno intero erano stati incollati all’inchiostro dei libri. Indossa un costume rosso Napapijri, scolorito e usurato da decine e decine di bucati. Al suo fianco, una maglietta appallottolata.
Una settimana. Una manciata di ore. Poi vacanza. Per quanto? Tre mesi. L’infinito.
Il tempo si blocca. Ti svegli la mattina senza sapere che ora è, che giorno è, se è passato Ferragosto. Ti svegli e non sai chi sei, se sei giovane vecchio, se hai tanta vita davanti o sei appena stato raccolto dall’ostetrica. Ti svegli e hai il vuoto nella testa, ma un rumore nelle orecchie: il silenzio. Il silenzio del sole, dell’afa, di agosto, delle vacanze, delle tapparelle abbassate, delle zanzare sul collo. Il silenzio di chi non ha fretta, di chi non ha pensieri, di chi vivrà all’infinito. Il silenzio della pace, della serenità, il silenzio di un sedicenne che se ne sta nell’esilio più dolce: le ferie estive. Giorgio si sveglia, si alza, e va al mare. Perché? Che ci trova di tanto speciale in quella distesa incolore, in quell’ammasso di molecole tanto celebrato dai poeti? Non lo sa. Ma, forse, in queste vuote vacanze dove il giorno non si distingue dalla notte, tutto ciò che cerca è un po’ di pienezza, un po’ d’acqua salata a risvegliargli la bocca, e un po’ di rumore a fargli ballare i timpani.