La giovinetta martire che L’Aquila omaggia con la maldicenza

19 Gennaio 2017

Il convento a lei dedicato accoglieva fanciulle “perdute” che tutto sapevano dei nobili e tutto raccontavano in piazza

di Monica Pelliccione

L'AQUILA

Una singolarità seducente. Sacro e profano si intrecciano in una tradizione che affonda le radici nella notte dei tempi. È la Sant'Agnese aquilana del 21 gennaio, simbolo goliardico e vessillo culturale. La festa delle malelingue, del pettegolezzo, dei vizi e delle virtù di una città esposti nella pubblica piazza. A metà tra fenomeno laico e ludico, spesso blasfemo, mai pudico, la ricorrenza lega il suo nome alla figura della martire cristiana, Sant'Agnese.

La leggenda narra che la giovinetta «fu corteggiata con grande assiduità dal prefetto romano, ma lo respinse con fermezza, dichiarando di essere votata al suo sposo celeste. Quando, per l'amore non corrisposto, il giovane funzionario si ammalò, la notizia giunse all'orecchio del padre di questi, il quale convocò Agnese e, saputo che era cristiana, le ingiunse di offrire un sacrificio agli dei romani. Al rifiuto, la fanciulla fu esposta al pubblico ludibrio, ignuda per le vie di Roma, coperta soltanto dai lunghi capelli che le erano cresciuti miracolosamente. Poi, gettata in un postribolo, dove un angelo la salvò». Nella casa chiusa dove Agnese si trovava, giunse «il corteggiatore, deciso a possederla, ma un demone lo colpì dandogli la morte. Fu condotta al rogo per essere bruciata come strega, ma le fiamme la lasciarono indenne e arsero, invece, i suoi persecutori».

Ma la sua fine fu ugualmente atroce: la giovinetta venne decapitata. Con grande naturalezza, già nel IV e V secolo, crebbe la devozione per Sant'Agnese, vergine e martire, la cui ricorrenza cristiana cade il 21 gennaio. Il legame con L'Aquila è presto detto. Fin dai primi del Trecento il culto della Martire si diffuse in città per la presenza dell'omonimo monastero, che affianca le mura storiche del quarto di Santa Maria Paganica, che ospitava «le monache della povera vita o elemosinanti».

All'interno del convento venivano accolte le cosiddette “pentite o malmaritate”: giovani madri senza marito, fanciulle libertine dedite al più antico mestiere del mondo. In taluni casi, si trattava di serve che conoscevano i lati più oscuri dei nobili palazzi aquilani, dove prestavano servizio. E, con una naturalezza che sfiorava l'ingenuità, li raccontavano a più riprese tra le mura del monastero e in piazza. Un’occasione per dar libero sfogo al pettegolezzo – quasi strumento di rivalsa delle povere servette nei confronti della nobiltà cittadina – era la festa di Sant'Agnese quando, secondo gli Statuti del 1300, era vietato lavorare. Nel pieno del rigore invernale, al caldo delle fumose bettole, le malmaritate davano libero sfogo al pettegolezzo, alimentato in parte da sentimenti di vendetta, delineando pittoreschi quadretti delle case dei signorotti aquilani di cui, spesso, erano umili serve e, al tempo stesso, piacevole trastullo. È con una sorta di elezione popolare che la santa martire è assurta a ruolo di “protettrice delle malelingue”, secondo la tradizione locale. L'Aquila del passato fu travolta dal turbinio del pettegolezzo, che divenne parte integrante del costume di quei tempi. Una maldicenza pungente, sfacciata, irriverente e maliziosa. Da ricorrenza meramente religiosa, la festa di Sant'Agnese nel corso dei secoli ha assunto all'Aquila un'accezione laica e ludica.

Popolare, profana, a tratti blasfema, nella stessa identificazione della Santa come “protettrice delle linguacciute e delle prostitute”. Difficile discernere quanto di storico o di leggendario ci sia. Certo è, che la vena popolare e ironica della manifestazione trova quasi giustificazione, secondo alcuni storici, nella «liberazione morale» che il parlar male degli altri, anche se amati, rappresenta per ciascuno. Solo recente è il tentativo di riportare la «festa strana» di Sant'Agnese, peculiarità tutta aquilana, nei ranghi di una positività morale e sociale. Una sorta di critica costruttiva, volta a “dire male del male”, come da libera interpretazione della Congregazione dei devoti di Sant'Agnese, che negli ultimi anni ha legato al “Pianeta maldicenza” il tema della parresia socratica: la critica pungente, veemente, costruttiva, mai calunniatrice e diffamatrice.

Ne sono scaturite iniziative culturali, convegni, dibattiti e un premio dedicato a personaggi pubblici «che si siano particolarmente distinti nell'agire con moralità e spirito di sacrificio collettivo». L'antico costume cittadino della festa di Sant'Agnese, intriso di tavole imbandite, conviviali, lauti banchetti in cui vengono assegnate le cariche più disparate nel segno della celebrazione goliardica della maldicenza, presenta l'altro aspetto. Quello del parlare coraggiosamente e francamente, senza alcuna remora.

Del dire quanto di male si rileva nella società, nell'alveo di quell'urbe che da sempre celebra il vezzo della maldicenza, respirandone appieno il profumo. Una consuetudine, la dedizione tutta aquilana al pettegolezzo, da sempre portatrice di polemiche e opinioni contrastanti. Anche sull'onda delle recenti affermazioni dello storico , Raffaele Colapietra, che ha definito gli aquilani «chiusi, classisti, pettegoli e ipocriti». E se la maldicenza, tra lingue affilate e battute taglienti, divide L'Aquila in fautori della satira e della critica costruttiva e detrattori di «una festa popolare e irriverente che poco o nulla ha a che fare con l'indole antica e culturale della città», non vi è dubbio che lo stiletto affilato del pettegolezzo sia diventato, a più riprese, abile strumento per colpire. In una provincialità dove la maldicenza è stata alimentata dall'isolamento geografico, dalle lotte fratricide e dalle alterne vicende storiche. Una tradizione che si rinnova, annualmente, il giorno della festa di Sant'Agnese, con innato vigore. Tra cultura e folklore. Sacro e profano.

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