“La Torre del Marchese volante” l’incredibile vita di de Sterlich

14 Febbraio 2015

PINETO. Tornerà nella sua Pineto ancora una volta la memoria di Diego de Sterlich Aliprandi, semplicemente "signore d'Abruzzo" come recitava il suo necrologio, in un interessante dibattito in...

PINETO. Tornerà nella sua Pineto ancora una volta la memoria di Diego de Sterlich Aliprandi, semplicemente "signore d'Abruzzo" come recitava il suo necrologio, in un interessante dibattito in programma domani, alle ore 18 a Villa Filiani nell'ambito della rassegna "Caffè Letterario itinerante".

Sarà Tino Ferretti a condurre la conversazione "La Torre del Marchese volante: il più incredibile trasformista del XX secolo", evento organizzato dall’AMP Torre del Cerrano, patrocinato dalla Riserva dei calanchi di Atri, che vedrà la partecipazione dello studioso Mario Semproni. Il marchese de Sterlich, tra cronaca e leggenda, è una figura strepitosa e per molti lati inedita, sulla quale si concentrerà la riflessione di Ferretti e di quanti interverranno al dibattito, specialmente su un aspetto fondamentale della sua vita, quello della velocità ovvero dell'automobilismo. Il mito Maserati ad esempio, se non fossero esistite le centinaia e centinaia di ettari di terra di cui il Marchese si privò per alimentare i suoi sogni, oggi non esisterebbe.

«Le Officine Maserati erano nate nel 1914, a un anno dall’entrata in guerra della sprovveduta Italietta. Diego fu esonerato dal parteciparvi, del resto avrebbe potuto il Marchese sparare sui fratelli di sangue? Erano austrotedeschi dall’altra parte del fronte, della medesima stirpe dei suoi avi stabilitisi in Italia fin dall’epoca normanna», racconta Ferretti. «Certo è che a tutto era interessato Diego fuorché a conservare. Per la smania di non vedere eroso un patrimonio fra i più cospicui del centro-meridione si dannarono l’anima in famiglia. Almeno dovette sembrare così a un ragazzetto che vide morire una dopo l’altra tutte le sorelle. E quando fecero entrare anche lui nell’ottica della “conservazione”, gli morirono d’un colpo padre e figlio. Erano i primi anni '20 del Novecento. Il nostro Paese usciva dalla guerra e lui, con Alfieri Maserati, entrava nel futuro rombante dell’automobilismo sportivo. Ma sulla scacchiera della sua mirabolante esistenza c’era che avrebbe perso l’amico Alfieri per i postumi di un incidente in Sicilia, non la sua pellaccia che percorse baldanzosa i decenni fino al 1976, anno in cui la lasciò inerte dentro un Istituto di Teramo assimilabile in tutto e per tutto a un ospizio!». Al centro del discorso di domani, spiega Ferretti, c'è soprattutto una domanda: come è stato possibile che una delle più ingenti fortune allora censibili evaporasse come neve al sole?

Giorgio D’Orazio

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