Le Donne delle Farchie, Viani racconta l’anima di un culto

Il regista di Ari torna sull’antica festa di Sant’Antonio Abate di Fara Filiorum Petri Oggi la presentazione della versione ridotta del film «sulle ancelle dei fuochi»
Fara Filorum Petri . Nutrono, alimentano la devozione per Sant’Antonio, accendono il fuoco per tenere viva la tradizione. Sono le donne di Fara Filorum Petri, il centro in Val di Foro (colline teatine) che agli imponenti fasci di canne incendiati in onore di Sant’Antonio Abate, all’imbrunire del 16 gennaio di ogni anno, ha affidato il proprio messaggio nella bottiglia. Messaggio di resistenza umana in un mondo alla deriva, dove le donne del paese, silenziose custodi del fuoco, danno voce e volto alla narrazione del rito.
È quanto racconta il regista abruzzese Dino Viani nel suo nuovo film-documentario “Le Donne delle Farchie” che viene presentato, in versione ridotta, questa sera alle 17.30 al Pala Fara, con ingresso libero, per la settima edizione del premio “La Farchia simbolo di unione e di pace” (quest'anno assegnato alla Questura di Chieti). Nel docufilm compaiono Maria Di Federico, Aurelia Di Federico, Daniela D’Angelo, Laura Fucilaro, Monia Di Campli, Emilia De Ninis, Silvana Caroselli, Teresa D'Angelo, Anna Bucciarelli, Maria Concetta D'Angelo, Angela Stenta, Silvana Nicolò, Anna Casella, Franco Fiocco, Camillo Rosati, Rocco Bucciarelli. «Si trattta di appunti per un film, una fiction che mi auguro di poter presentare per l’edizione del prossimo anno», precisa Viani il quale sull'argomento ha già prodotto e diretto il lungometraggio “Un paese tra le fiamme” (Stimmungfil, 2008 ) approdato in vari festival internazionali. «Ho voluto rappresentare l'universo femminile farese, presenze discrete ma non marginali senza il cui lavoro organizzativo e la capacità di accoglienza verso la moltitudine di visitatori, la festa non andrebbe a buon fine». “Le donne delle farchie” racconta il regista «sono le eterne, insostituibili ancelle di un rito spettacolare che celebra la forza virile e la capacità di stare insieme gli uni con gli altri, come fasci di canne appunto, nel fronteggiare le avversità (la scongiurata invasione delle truppe francesi nel 1799 per intercessione del Santo, ndr)».
Bellezza e devozione, sacro e profano, tanta è la percezione umana e familiare del santo tra credenti e non in paese, continua Viani, che è normale rivolgersi a lui come all’amico della porta accanto e pure con il dovuto rispetto per il Salvatore dalle sventure. «Sono tante le testimonianze che ho raccolto tra le anziane e le giovani in paese. C’è Laura Fucilaro che racconta commossa di come l’anziana suocera non più autosufficiente le abbia chiesto di portarla a vedere la farchia come per assistere a un miracolo. C’è Anna Bucciarelli, da un anno vedova di Romeo Mariotti, che promette “fin che vivrà” di “sacrificarsi” alle Farchie per il bene della sua famiglia e dell’intera comunità». «Pur partecipando da anni alla festa, ogni volta trovo motivi di commozione, il canto serale, l’attenzione agli infermi che non possono partecipare, il ricordo di chi non c’è più rievocato con fotografie, frasi, aneddoti», continua Viani. «L’idea del legame e della coesistenza è talmente forte e radicata nel vissuto locale che è come esserci sempre, nella festa, vivi e morti, Si gioisce e si piange insieme, la Farchia tiene insieme tutti per sempre. Così è spuntato il cartellone con la foto in ricordo di Romeo e del suo proverbiale “ciao assai”. Una lezione di condivisione reale che si oppone alla condivisione virtuale dei social», riflette il regista. «Viviamo in un mondo snaturato dall’intelligenza artificiale mentre invece a Fara si rappresenta un laboratorio di umanità vera. Dove a differenza degli uomini per natura inclini alla competizione, le donne con leggerezza e bellezza innata addolciscono gli angoli più spigolosi dell’esistenza. Se l’uomo è protagonista con la sua forza materiale, la donna incarna la forza spirituale della festa. Ognuno riconosce il ruolo dell’altro e per questo se ne dice grato».