Letizia, la ragazza che cantava e parlava di tutto

L’incipit del volume con la storia di una ragazza pescarese ricoverata il 21 giugno del 1940
Ecco l’incipit di “Malacarne”.
Si chiamava Letizia.
Aveva sedici anni quando fu ricoverata nel manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo; proveniva da Pescara e la mattina del 21 giugno 1940 si presentò alle porte dell’ospedale «in preda a forte eccitamento psicomotorio»: gridava, cantava, parlava di tutto senza sosta, ma con cognizione. Legata a letto per essere sottoposta a osservazione, manteneva una certa lucidità nei ragionamenti e, interrogata dai medici, rispondeva «con prontezza e giustamente», tentando di spiegare che non era pazza e non voleva stare con i pazzi; i veri pazzi, semmai, erano il padre e il medico che l’avevano mandata in manicomio. L’Italia di Mussolini era entrata in guerra da poco meno di due settimane e Letizia – nel garantire che «non è vero tutto quello che hanno scritto sul suo conto» – chiedeva con insistenza di poter uscire presto per tornare a svolgere il suo lavoro di operaia in una fabbrica di proiettili; minacciava di fare «cose da pazza» se non l’avessero liberata. Le cause dell’«eccitamento maniacale» di cui soffriva non sembravano essere rintracciabili in un sostrato morboso: la paziente, infatti, non aveva mai sofferto di «malattie degne di nota» e il suo aspetto fisico di «giovane ben formata» deponeva a favore della sua sanità, escludendo che fosse affetta da altre patologie. nel certificato medico, che ne motivava l’ammissione, si segnalava solo un «carattere alquanto strano» che non aveva tardato a rivelarsi nelle fughe da casa a cui la donna si era abbandonata troppo spesso. Nel corso di questi allontanamenti immotivati – comprovati dalle testimonianze del vicinato – era rimasta «fuori anche di notte» e si era data a «vita licenziosa». I ripetuti richiami per riportarla a una condotta più rispettabile si erano spenti fra le grida e le minacce che la ragazza aveva indirizzato nei confronti della sorella e dei familiari. Per questa ragione, non poteva seguitare a vivere in casa e la reclusione in manicomio appariva come un rimedio adeguato per tentare di ricondurla «sotto l’ardire dei suoi genitori». Sarebbero stati sufficienti sei mesi di ricovero per ristabilirne l’ordine e trasformarne il comportamento: passato questo periodo, nel suo diario clinico si faceva cenno solo a «una certa esuberanza ed euforia, a un certo erotismo», ultime scorie di quell’eccitamento maniacale ormai scoloritosi nel grigiore della vita ospedaliera. La dimissione sarebbe seguita di lì a poco ma non avrebbe posto la parola fine alla sua esperienza manicomiale: nell’agosto del 1943, su ordinanza del questore e «dopo un periodo di prova durato circa tre anni», Letizia rientrava nuovamente in ospedale psichiatrico. I sintomi della follia non si discostavano troppo da quelli registrati in occasione del primo ingresso: «leggermente eccitata, parla continuamente, è perfettamente orientata nel tempo e nello spazio, riconosce tutti, infermiere, suore e medico». Ancora una volta, le fughe da casa l’avevano riportata in manicomio, fughe che lei stessa ammetteva di aver compiuto «perché si sentiva eccitata e non per altra ragione». Questo secondo internamento avrebbe rappresentato per letizia l’esordio di un abbandono formalizzato poco dopo dalla sua famiglia. In una lettera indirizzata al direttore del manicomio il padre spiegava in un linguaggio disarticolato che: io nonposso farniente isuoi fratello nonlovuole sentire affatto perche siamo famiglie povero ma pero onesto (...) quessa non evoluto stare mai sotto dellardire de suoi genitori la prima volta loperdonato lovenuto a riprentere ciotrovato illavoro doveio lavorava alleparto delledonne essismontava assieme io lo chiamava pertornare unite accasa esso invece unavolta chedoveva uscire dallastazione una volta dallaltra parte e gridava amme mifaceva vergognare come uncane sello tirate fuori signore direttore che antasse dove chevuole fuori dimia casa sidice la prima volta si perdona laseconta si bastona. I successivi due anni di degenza avrebbero finito con il far dimenticare a Letizia tutti i suoi desideri di indipendenza, trasformandola in una creatura «tranquilla e socievole» accanto alla quale non poteva più trovare spazio la donna «irrequieta, di umore variabile, poco socievole, petulante, erotica» che l’aveva posseduta fino a qualche tempo prima. Dimessa in prova, nel settembre 1945, e scortata da un’infermiera oltre le soglie del manicomio, non sappiamo se abbia mai potuto far rientro in famiglia.
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Si chiamava Letizia.
Aveva sedici anni quando fu ricoverata nel manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo; proveniva da Pescara e la mattina del 21 giugno 1940 si presentò alle porte dell’ospedale «in preda a forte eccitamento psicomotorio»: gridava, cantava, parlava di tutto senza sosta, ma con cognizione. Legata a letto per essere sottoposta a osservazione, manteneva una certa lucidità nei ragionamenti e, interrogata dai medici, rispondeva «con prontezza e giustamente», tentando di spiegare che non era pazza e non voleva stare con i pazzi; i veri pazzi, semmai, erano il padre e il medico che l’avevano mandata in manicomio. L’Italia di Mussolini era entrata in guerra da poco meno di due settimane e Letizia – nel garantire che «non è vero tutto quello che hanno scritto sul suo conto» – chiedeva con insistenza di poter uscire presto per tornare a svolgere il suo lavoro di operaia in una fabbrica di proiettili; minacciava di fare «cose da pazza» se non l’avessero liberata. Le cause dell’«eccitamento maniacale» di cui soffriva non sembravano essere rintracciabili in un sostrato morboso: la paziente, infatti, non aveva mai sofferto di «malattie degne di nota» e il suo aspetto fisico di «giovane ben formata» deponeva a favore della sua sanità, escludendo che fosse affetta da altre patologie. nel certificato medico, che ne motivava l’ammissione, si segnalava solo un «carattere alquanto strano» che non aveva tardato a rivelarsi nelle fughe da casa a cui la donna si era abbandonata troppo spesso. Nel corso di questi allontanamenti immotivati – comprovati dalle testimonianze del vicinato – era rimasta «fuori anche di notte» e si era data a «vita licenziosa». I ripetuti richiami per riportarla a una condotta più rispettabile si erano spenti fra le grida e le minacce che la ragazza aveva indirizzato nei confronti della sorella e dei familiari. Per questa ragione, non poteva seguitare a vivere in casa e la reclusione in manicomio appariva come un rimedio adeguato per tentare di ricondurla «sotto l’ardire dei suoi genitori». Sarebbero stati sufficienti sei mesi di ricovero per ristabilirne l’ordine e trasformarne il comportamento: passato questo periodo, nel suo diario clinico si faceva cenno solo a «una certa esuberanza ed euforia, a un certo erotismo», ultime scorie di quell’eccitamento maniacale ormai scoloritosi nel grigiore della vita ospedaliera. La dimissione sarebbe seguita di lì a poco ma non avrebbe posto la parola fine alla sua esperienza manicomiale: nell’agosto del 1943, su ordinanza del questore e «dopo un periodo di prova durato circa tre anni», Letizia rientrava nuovamente in ospedale psichiatrico. I sintomi della follia non si discostavano troppo da quelli registrati in occasione del primo ingresso: «leggermente eccitata, parla continuamente, è perfettamente orientata nel tempo e nello spazio, riconosce tutti, infermiere, suore e medico». Ancora una volta, le fughe da casa l’avevano riportata in manicomio, fughe che lei stessa ammetteva di aver compiuto «perché si sentiva eccitata e non per altra ragione». Questo secondo internamento avrebbe rappresentato per letizia l’esordio di un abbandono formalizzato poco dopo dalla sua famiglia. In una lettera indirizzata al direttore del manicomio il padre spiegava in un linguaggio disarticolato che: io nonposso farniente isuoi fratello nonlovuole sentire affatto perche siamo famiglie povero ma pero onesto (...) quessa non evoluto stare mai sotto dellardire de suoi genitori la prima volta loperdonato lovenuto a riprentere ciotrovato illavoro doveio lavorava alleparto delledonne essismontava assieme io lo chiamava pertornare unite accasa esso invece unavolta chedoveva uscire dallastazione una volta dallaltra parte e gridava amme mifaceva vergognare come uncane sello tirate fuori signore direttore che antasse dove chevuole fuori dimia casa sidice la prima volta si perdona laseconta si bastona. I successivi due anni di degenza avrebbero finito con il far dimenticare a Letizia tutti i suoi desideri di indipendenza, trasformandola in una creatura «tranquilla e socievole» accanto alla quale non poteva più trovare spazio la donna «irrequieta, di umore variabile, poco socievole, petulante, erotica» che l’aveva posseduta fino a qualche tempo prima. Dimessa in prova, nel settembre 1945, e scortata da un’infermiera oltre le soglie del manicomio, non sappiamo se abbia mai potuto far rientro in famiglia.
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