Malvestuto, l’ultimo ufficiale «Mi ricordo Oscar, 17 anni...»

Il partigiano della Brigata Majella parla dei suoi compagni di 70 anni fa. E dell’Italia d’oggi
SULMONA. Ha combattuto per costruire l'Italia libera e repubblicana e resta il simbolo della lotta partigiana. Gilberto Malvestuto, ultimo ufficiale della Brigata Majella, a 94 anni, conserva lo spirito del ragazzo che lasciò tutto per diventare patriota. Intelligente, arguto e sensibile rappresenta la memoria storica del Paese.
Nonostante i 70 anni trascorsi, Malvestuto si commuove ancora al ricordo di quei giorni del 1945. Ci accoglie a casa sua, dove non mancano libri e fotografie. Soprattutto una, in bianco e nero, che ritrae il giovane tenente Malvestuto mentre, a capo della Brigata Majella, entra a Bologna, da poco liberata. Era il 21 aprile 1945.
Che ricordo ha di quei giorni?
«Giorni difficili e duri, il ricordo è ancora vivo. Ma, nonostante le difficoltà, nella Brigata Majella si vivevano bei momenti di unione e solidarietà grazie al comandante Ettore Troilo che è stato davvero un maestro di vita. Io ho avuto anche la fortuna di aver incontrato mia moglie Leda, è stata la mia madrina di guerra, mi ha reso più consapevole sull'importanza della libertà. E' morta qualche anno fa e mi manca davvero tanto. Le sue lettere, quando ero lontano da casa con la Brigata Majella, mi infondevano tanto coraggio e fiducia nel futuro».
Sono passati 70 anni dal 25 aprile 1945, cosa ha rappresentato per la Brigata Majella la liberazione dell'Italia dal nazi- fascismo?
«La realizzazione di un sogno. Il 21 aprile avevamo festeggiato la liberazione di Bologna, momenti indimenticabili, la popolazione ci ha accolto come eroi, abbiamo sentito un calore umano che ci ha riscattato dalle tante fatiche che avevamo affrontato e anche molte perdite. Ancora oggi pescando nel mare dei miei ricordi lontani vedo passare a me davanti le figure eroiche di Cesare Mannocchi, Sebastiano Falcone, Antonio Presutti, Angelo Di Guglielmo, Michele Mastrippolito e Simone Minorello, tutti caduti nella terribile battaglia per la liberazione di Brisighella, in Emilia Romagna. Un ricordo particolare è per il giovane Oscar Fuà, morto sempre a Brisighella, ad appena 17 anni, un ragazzo davvero speciale, era il mio portaordini e lo chiamavo “il volontario della libertà”. Ecco noi abbiamo lasciato tutto per combattere per l'affermazione dei nostri ideali di uguaglianza, libertà e unità».
E ora come la vede l'Italia: è quella che voi patrioti sognavate?
«Attualmente in Italia c'è troppa corruzione, malaffare e diseguaglianze sociali. E' un periodo storico e sociale molto difficile, ma il nostro Paese può farcela. Siamo riusciti a superare momenti davvero bui, come il periodo della guerra, adesso con buona volontà e onestà l'Italia può sollevarsi».
In questi giorni si è acceso il dibattito sull'immigrazione. L'Italia sta fronteggiando un'emergenza senza precedenti, come vede questo fenomeno?
«I flussi migratori verso i Paesi più ricchi ci sono sempre stati. Anche gli italiani, già alla fine dell'Ottocento, cominciarono a guardare con interesse le Americhe come luoghi ideali per realizzare i loro sogni. Adesso la comunicazione viaggia in tempo reale e i popoli oppressi, soprattutto in Africa, vedono l'Europa come culla di libertà e giustizia sociale. L'Italia non può essere lasciata sola, l'Europa può rappresentare una grande opportunità per garantire una vita migliore a chi è perseguitato e vive in Paesi sempre in guerra».
La vostra non è stata una gioventù semplice: come vede i giovani del Ventunesimo secolo?
«Bisogna aiutare le nuove generazioni per restituire speranza al Paese. Io vedo tanti giovani pieni di vita e ideali, che hanno la voglia di migliorare l'Italia. Sono fiducioso, non è vero che tutti i giovani non hanno punti di riferimento, è la società che è cambiata e bisogna capire l'importanza del cambiamento. Dobbiamo essere noi adulti a indirizzare i giovani, a dare loro il buon esempio. La mia generazione ha vissuto la guerra durante gli anni della gioventù e mi auguro che nessun'altra generazione possa vivere il dolore della guerra e della morte».
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