Massimo Pamio: «La cultura è diventata esibizione di vanità»

11 Dicembre 2023

Parola del poeta e direttore del Museo della lettera d’amore La sua raccolta “Anonimie” finalista al Bonanni e al Frascati 

PESCARA. Ironico fino allo sberleffo, dotato di quella profondità che solo una frequentazione viva e viscerale della cultura permette, Massimo Pamio non è soltanto fine saggista, è soprattutto poeta, un poeta eccellente di cui l’Abruzzo è orgoglioso. Direttore del Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che è ospitato nel Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina, è direttore editoriale di Edizioni Mondo Nuovo e Cavaliere della Repubblica per meriti culturali. La sua ultima raccolta, Anonimie, è finalista ai premi Bonanni e Frascati. Inoltre ha ultimamente pubblicato Le più belle poesie di Gabriele d’Annunzio e diversi cataloghi dedicati all’arte. Insomma l’autore giusto per descrivere la condizione dell’arte e della cultura nella contemporaneità.
«Guardiamo cosa è accaduto alle discipline umanistiche; alla storia, per esempio», sostiene. «Si diffondono podcast, miniserie televisive e quant’altro, dove giornalisti e professori spiegano la storia buttandola sull’aneddotica, romanzando i fatti e analizzandone i particolari, con descrizioni minuziose delle uccisioni (che è quello che fa la storia), citazione delle frasi celebri dette dai protagonisti, esibizione spettacolare dei loro atteggiamenti e abbigliamenti, dei loro tic e vanità». «Il fenomeno», continua lo scrittore, «non risparmia le discipline scientifiche, con professori che vanno in scena su Instagram o in teatro per esporle ai giovani; insomma la scienza è diventata un fenomeno da baraccone. Certo, per gli studenti è una buona occasione per evitare di morire sui libri o sopportare spiegazioni senza carne né sangue nelle scuole, diventate aziende, con i docenti che non hanno più tempo per preparare una lezione con i fiocchi».
Ma il teatro, la letteratura possono ancora costituire un’alternativa alle finalità commerciali o esibizionistiche?
«Il teatro è sempre più ridotto a divulgazione. Addio scenografia, luci, recitazione, movimento, coreografie, musiche, effetti speciali. E la letteratura dal canto suo è diventata intrattenimento, divagazione per casalinghe annoiate, set psicologico per insegnanti isterici interessati alle denunce sociali; il romanzo non divulga più niente, se non, come accade per il cinema, l’ultimo pensiero politicamente corretto sulla questione sociale del momento. I pochi che scrivono veri romanzi (Emanuele Trevi, Aldo Busi) ammettono di avere cento lettori».
Almeno la poesia può essere salvata?
«La poesia è diventata divulgazione dei sentimenti sublimi, e si dimentica che la poesia è ritmo, musicalità, silenzio prima che emissione di peti emozionali. Però la poesia corre ai ripari. È tornata ad essere oralità, si recita nelle piazze, nei locali notturni, nelle birrerie. È tornata alle origini, forse è una manovra strategica per sopravvivere alla sua morte inevitabile. Solo se si fa underground, se diventa un modo di comunicare tra pochi adepti, la poesia risorgerà».
Cosa pensi del momento storico che attraversiamo?
Sono allibito di fronte alla cecità universale del genere umano. Procediamo verso la nostra estinzione senza far nulla. In Italia, attualmente, fa banco la questione della violenza sulle donne. Nessuno che parli della vera ragione di tutto questo: della violenza che è insita nella nostra società. Il capitalismo basato sull’accumulo del denaro incita l’avido a diventare sempre più avido, quello senza scrupoli ad essere sempre più senza scrupoli, il violento ad essere sempre più violento. L’obiettivo è di far soldi, non di essere il più bravo o il più buono.
Come può una società del genere non esprimere quella violenza che fa parte della sua forma costitutiva? E il Museo della Lettera d’Amore, di cui tu sei direttore artistico? Sembra che sia una prova riuscita.
«Sì. In realtà l’amore è la vera rivoluzione. Stendhal faceva chiedere a un suo personaggio: fin quando si resta giovani? Fin quando ci sarà una persona che ci ama, viene risposto. Il mio augurio a tutti i lettori è di restare giovani. Credo nei giovani. I giovani sanno ancora amare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA