Miti e metamorfosi quel legame forte tra Eliot e Ovidio

17 Gennaio 2015

L’autore di La terra desolata morto 50 anni fa restò folgorato dai versi del poeta sulmonese

di Giovanni D’Alessandro

Cosa lega l'Abruzzo al più grande poeta del '900 Thomas Stearns Eliot (St. Louis, USA, 1888- Londra 1965), del quale si celebra in questo mese il cinquantenario della morte? Apparentemente nulla. Eliot non venne mai in Abruzzo, visitò l'Italia del nord (di Venezia e Ravenna parla nelle sue poesie), amò Dante e i poeti del Dolce Stil Novo (i toscani medievali, i cui versi cita in italiano nelle sue poesie); ma della nostra regione, si potrebbe credere, avrà sentito parlare al più come terra natale di Gabriele D'Annunzio, autore peraltro lontanissimo dalla sua poetica e sensibilità.

E invece è vero l'opposto, c'è un forte collegamento tra la nostra regione ed Eliot, dato da Publio Ovidio Nasone (43 a. C.- 17 o 18 d.C.), il poeta di Sulmona. Fra tutti i poeti italiani, latini ed europei infatti che T.S. Eliot di continuo richiama nella sua opera – secondo la caratteristica concezione che aveva della poesia, quale entità viva, alimentata da fonti plurime di generazione (i poeti, appunto) nel corso dei millenni, senza che contino i luoghi e i tempi in cui essi scrivono – è al sulmonese Ovidio che viene riservato il più devoto tributo. Tutto un mondo Eliot trae dal nostro corregionale abruzzese.

Se negli aggettivi meno impropri dovesse sintetizzarsi il rapporto che lega Eliot a Ovidio, bisognerebbe chiamarlo: fortissimo, condizionante, unico, senza pari nell'immensa sintesi che l'autore de La terra desolata e dei Quattro Quartetti fa di tutta la cultura occidentale, dai provenzali del Medioevo ai simbolisti francesi del XIX secolo, dagli elisabettiani del 1600 ai poeti e narratori del 1900.

A un certo punto della vita Eliot s'imbatte infatti nell'opera più importante di Ovidio, Metamorfosi (scritta tra il II e l'VIII d. C.) e ne resta folgorato. Metamorfosi ha una struttura particolare, poiché in essa vengono ripresi circa 250 miti greci di trasformazione, nei quali la psicanalisi, anche prima degli anni in cui Eliot si avvia scrivere La terra desolata, tra il 1918 e il 1921, ha già individuato il primo terreno di cultura, grecoromana, dell'inconscio e della sua scienza, se la frase non suonasse come un ossimoro. In migliaia di versi il sulmonese ha tradotto dalla poesia ellenistica che lo precede di tre secoli, gli "aitia" (cioè, in greco, "le origini") della trasformazione di esseri umani, o semidivini, o divini, in animali, piante o creature che hanno mutato aspetto a seguito di quanto è loro accaduto nella vita.

Hanno assunto la forma della loro anima, oppure del suo opposto, per una sorte ultraterrena di salvezza o di dannazione, di premio o di punizione; e questa tematica bordeggia l'origine dell'ego e delle sue ambivalenze indagate dalla psicanalisi. E' una metamorfosi greco-ovidiana, ad esempio, il mito di Filomela violentata dal cognato, il perfido re Tereo, la quale imbandisce e fa mangiare al violentatore le carni del suo figlioletto Iti, prima che gli dei la salvino dalla morte trasformandola in uccello, in cui l'inconsolabile pianto di fanciulla violata, e costretta a un'atroce vendetta, diverrà quello, purissimo e gioioso, dell'usignolo, mentre Tereo assumerà in eterno l'orrendo aspetto dell'upupa dal becco falloide. E' una metamorfosi greco-ovidiana il mito di Dafne (immortalata nella scultura di Bernini) la quale sfugge alla violenza amorosa di Apollo e si trasforma in alloro, pianta per contrappasso destinata a indicare, sulla stessa fronte del dio, temperanza e saggezza, misura e grazia delle arti, cioè l'opposto del brutale, incontrollato raptus sessuale.

Eliot attinge dunque a piene mani a Ovidio. S'innamora dei miti di Metamorfosi, com'era successo anche a Shakespeare e agli elisabettiani, o ai poeti medievali, prima di lui. Ne capta, oltre al valore artistico, l'immensa valenza simbolica. Ovidio a tutt'oggi continua a non essere adeguatamente valutato e indagato dai critici, sotto questo aspetto. I latinisti lo liquidano quale superficiale versificatore, meno grande e intenso di Properzio, Catullo, Orazio; del sommo contemporaneo Virgilio, soprattutto. Eliot ama e cita Virgilio e gli altri; ma quando arriva a Ovidio ferma il respiro e sembra dire: questo è il centro della mia poesia. Solo a Ovidio infatti dedicherà, in una successiva edizione de La terra desolata (pubblicata nel 1922 con grande successo e che da allora sta già segnando lo spartiacque della poesia contemporanea), la testuale citazione di una ventina esametri…Thomas Stearns Eliot, il re della sontuosa oscurità poetica, di regola attentissimo a nascondere le sue fonti. I versi si riferiscono al mito di Tiresia, definito figura centrale e "unificante de La terra desolata", perché il Tiresia ovidiano è l'unico essere umano che ha partecipato di entrambi i sessi, avendolo gli dei trasformato per sette anni in femmina, prima di farlo tornare maschio; sicché, nominato arbitro dagli stessi dei in una disputa sulla profondità del piacere sessuale, senza esitazione dirà: è maggiore quello della femmina; tanto racconta Ovidio, mutuandolo dai greci, 1900 anni prima che Freud cominci a esplorare la libido maschile e femminile.

Eliot, Freud, Ovidio: come non stupirci di questo asse diretto tra i vertici della scienza e della poesia antica e moderna? Londra, Vienna, Roma, Sulmona. Da qui, now and in Italy – direbbe Eliot parafrasando se stesso – è venuto tutto; un consistente nucleo del tutto. E' nato in queste valli montane tra Sulmona e Roma - tocca a noi abruzzesi aggiungere con un sorriso, battendoci due volte la mano sul petto per orgoglio: passando dal cuore dell'Abruzzo, alle grandi o piccole capitali della cultura occidentale dove essa si è generata e continua a generarsi, in un unicum senza tempo.

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