“Naza”, il cinema scomodo che ha conquistato l’Italia

Inizialmente era previsto nelle sale per un’uscita evento di soli tre giorni, ora si avvia verso i 5 milioni d’incasso. A novembre in streaming gratuito
PESCARA. Doveva restare in sala solo per pochi giorni, e invece si avvia a superare la strabiliante quota di 5 milioni di euro, con l’Italia in testa alla classifica degli spettatori mondiali. Naza, il documentario che racconta i meccanismi militari israeliani nella Striscia di Gaza, doveva rimanere nei cinema il 28, 29 e 30 settembre per una “uscita evento”, una toccata e fuga nelle sal, di quelle che si riservano ai film un po’ di nicchia, che si immagina interesseranno pochi cinefili appassionati. In quei tre giorni, invece, Naza è stato sempre in cima al box office, con 240mila spettatori e ben 1,8 milioni di euro racimolati, una cifra mai vista per un documentario.
Il flusso di spettatori non si è più fermato. Il successo della pellicola diretta da Yuval Abraham e Rachel Szor, premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, ha convinto il distributore italiano, I Wonder Pictures, a lasciare il film in sala, praticamente finché ci sarà qualcuno desideroso di vederlo. Il doc sarà poi disponibile gratuitamente online da novembre, sul sito del Guardian. In Israele non può essere proiettato liberamente e ha suscitato diffuse ostilità e pressioni politiche, ma in Europa, e soprattutto in Italia, ha intercettato un ampio pubblico che si è dimostrato sempre più vicino alla causa palestinese.
Naza non è un documentario come quelli che siamo abituati a vedere, non racconta un fatto o un personaggio celebre, come fece un altro documentario di grande successo nei cinema italiani, Ennio, di Giuseppe Tornatore, finora il più visto nelle sale. I registi, già autori di No other land, tornano sulla tragedia di Gaza con uno sguardo diverso, concentrato non tanto sulle immagini della devastazione, quanto sui meccanismi che la rendono possibile.
Questo film ha l’andamento di un’inchiesta giornalistica nel raccontare con lucida precisione gli strumenti che permettono all’esercito israeliano di individuare – grazie all’intelligenza artificiale e alle intercettazioni capillari di chiamate, messaggi e traffico radio – i presunti terroristi per eliminarli. E sacrificare nell’operazione qualunque civile palestinese si trovi nelle vicinanze. Prodotto da The Guardian, il documentario mette in fila, filmandole dai tetti di una Tel Aviv notturna e silenziosa, le testimonianze anonime di ventiquattro soldati e agenti dell’intelligence israeliano, tracciando un racconto agghiacciante sulle modalità con cui l’esercito bombarda Gaza, aiutato da sistemi di intelligenza artificiale creati per stanare gli obiettivi umani e stimare quante possano essere le vittime civili di ogni operazione. Praticamente – si evince dalle conversazioni segrete – uno sterminio di massa effettuato a distanza.
Il titolo, Naza, è un acronimo militare usato eufemisticamente dall’esercito israeliano per indicare i danni collaterali, cioè il numero di civili che si prevede potranno essere uccisi in un raid aereo. Ovvero quanti palestinesi l’esercito israeliano ritiene accettabile uccidere, pur di eliminare un militante di Hamas. Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti è accettabile sterminare: perché per il sistema utilizzato dall’intelligence israeliana, non ci sono persone negli edifici bombardati, ma solo numeri. Quanti Naza? Fino a cinquecento, rivela uno dei soldati intervistati: questo è un numero accettabile. Cinquecento corpi straziati per colpirne uno, terrorista presunto.
Il film è agghiacciante, i dialoghi immersi nel buio e nel silenzio irreale della città che vive, indifferente dietro vetri illuminati, mentre qualche chilometro più in là muoiono a migliaia. Il tono apparentemente ordinario delle conversazioni è straniante. Le vittime sono ridotte a meri numeri, quadratini disegnati su fogli di carta. Solo alcuni degli intervistati sembrano riconoscere la natura criminale dell’operazione: per gli altri, il massacro è la necessaria difesa del territorio. La violenza si stempera nella burocrazia, nella sistemizzazione che delega ogni decisione alla tecnologia, nella spersonalizzazione delle vittime. Il male torna a essere banale. La distruzione è perpetrata da giocatori di un mortale videogame, meri ingranaggi dell’efficientissima macchina bellica. Non è più l’uomo a procurare la morte, ma la procedura, l’ottusità dell’algoritmo.
Alla fine rimangono le domande. Cosa accade a una società quando decide di considerare la morte dei civili un calcolo? Un algoritmo può cancellare la responsabilità morale? Una definizione burocratica può rendere meno umana una vittima? L’incredulità che per quasi tutto il film ha tenuto gli spettatori con gli occhi incollati allo schermo lascia spazio, solo alla fine, alla commozione, mentre passano sullo schermo le poche, finali immagini di Gaza, dello strazio, delle vittime, adesso vere e visibili. Il film finisce in un silenzio irreale, incredibilmente emotivo, che nessuno sembra voler rompere, mentre storditi si esce dalla sala.
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