Nicoletti racconta la sua scoperta: «Io autistico come mio figlio»

1 Aprile 2018

Non è più solo Tommaso, ragazzone di 20 anni dalla folta e ingarbugliata capigliatura riccia che il papà non vorrebbe fosse mai tagliata, ad essere l’autistico in famiglia. Nel suo nuovo libro...

Non è più solo Tommaso, ragazzone di 20 anni dalla folta e ingarbugliata capigliatura riccia che il papà non vorrebbe fosse mai tagliata, ad essere l’autistico in famiglia. Nel suo nuovo libro dedicato al tema dell'autismo, “Io figlio di mio figlio” (Mondadori, €18) è adesso il padre, il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti, a fare outing spiegando di essere anche lui affetto dalla sindrome di Asperger.
Una diagnosi, confermata dai esami medici, che arriva non come un fulmine a ciel sereno, ma che “deflagra” nell'intero romanzo e che lo porta a vedere con nuovi occhi non solo il rapporto con quel figlio che può apparire «stralunato» e che per lui è quasi una «boccata d’aria», un compagno di vita irrinunciabile, ma anche il legame passato con la famiglia, quello attuale con gli amici, il lavoro e persino la battaglia che lo vede da anni impegnato per garantire un futuro al suo ragazzo e ai tanti altri affetti dalla stessa patologia quando i genitori non ci saranno più. Tutto inizia per caso, con la “provocazione” di una neuropsichiatra. «Possibile che non l’hai ancora capito? Anche tu sei autistico». E il viaggio si conclude (o meglio ricomincia) nella hall di un hotel romano, dove uno psichiatra gli dice «Sei un Aspergherone!». Alla sindrome di Asperger si associa anche, nel suo caso, l’ansia e un quoziente intellettivo alto, di 143 su una media di 100. È questo il nuovo quadro in cui muoversi, in cui far rientrare un lavoro, come quello che Nicoletti svolge, legato al contatto con il pubblico e rileggere con una nuova luce esperienze e sensazioni passate e future. «Oggi mi sembra tutto diverso e vedo nella presenza di Tommy un modo per ricordarmi il mio vero punto di vista, mentre fino a ieri mi sforzavo di conoscere il suo. Ed eccomi qui, arrivato a scoprirmi figlio di mio figlio», scrive nel romanzo, che sembra voler parlare ai genitori di ragazzi autistici. «I nostri figli saranno orfani fino a che non accettiamo l’idea che il loro autismo è anche il sintomo di uno stato atipico del nostro cervello», aggiunge Nicoletti. «Sarebbe come se negassimo altri caratteri fisici che da noi hanno ereditato». La scoperta di essere autistico, attorno a cui ruota il romanzo che però tratta anche altri temi, rischiara e rafforza la visceralità del legame tra padre e figlio, in cui non è chiaro chi dia o riceva aiuto. (e.s.)