Nobile: «Siamo un popolo senza più poesia»

L’attore e scrittore presenta il suo dizionario “L'ospedale della lingua italiana”
Si presenta come un piccolo dizionario enciclopedico, giocoso e divertente, di parole italiane “usurpate” dalle omologhe inglesi: call center preferita a centralino, “outing” a “confessione” oppure “manager” a “direttore”.
In verità “L'ospedale della lingua italiana - Dove le parole usurpate dalle omologhe americane trovano cura e conforto” è una pungente invettiva contro la nostra società che condanna a morte la propria lingua perché, come ci suggerisce l'autore, non si ama e non si rispetta abbastanza.
Il libro, presentato mercoledì scorso alla Società Dante Alighieri di Roma, è scritto da Roberto Nobile, scrittore, sceneggiatore e attore di numerosi film, volto amato di tante fiction televisive, protagonista della serie tv “Una grande famiglia”, in onda proprio in queste settimane su Rai Uno.
Nel suo dizionarietto, pubblicato da una piccola casa editrice indipendente – Sicilia punto L edizioni –, Nobile si diverte a trovare un conforto alle parole italiane che con difficoltà lottano contro il fascino incomprensibile, secondo l'autore, esercitato dai lemmi inglesi, diventati totem, suoni che ci penetrano senza capirne il vero significato, espressioni di una lingua che si pone come vincente, anglismi modaioli che rimandano spesso alla loro natura commerciale. Allora per Nobile Natale è quello “vero”, Christmas quello “finto”. Ginnastica è quella pubblica e per tutti, mentre fitness è solo privata. La parola omosessuale, nata senza amore per un obsoleto e burocratico politicamente corretto, ha ten-tato più volte il suicidio, scrive l'autore, dopo l'avvento della parola “gay” ma è stata salvata da un gruppetto di sanguigne cafone di nome “aricchione”, “purpo”, “culattone”, “finocchio”. La parola “gay”, continua interrogandosi l'autore, che ha creduto di risolvere il problema dichiarandosi «gaio», ma che vuol dire gaio?
Lo stesso per la parola “giorno”, si preferisce “day” perché sembra un giorno speciale? Allora abbiamo il “tax day”, il “Family day”, l’ “Election day”.
A sostegno delle circa settanta parole italiane, in calce ad ogni lemma, Nobile inserisce brani di poesia o testi letterari d'autore o apocrifi senza contaminazioni anglosassoni.
All'incontro nella sala della Società Dante Alighieri di Roma, c'era anche il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco che ha definito “L'ospedale della lingua italiana” di Nobile un prontuario dell'identificazione, un manuale invincibile di esorcismo che ci aiuta a svelare il cretino cognitivo che è in noi, che si è infilato nella nostra vita. Più che di “ospedale” si dovrebbe parlare di “obitorio”, ha affermato, visto l'uso massiccio di termini inglesi oggi nel nostro paese.
È un tentativo di mascherare la realtà, secondo Buttafuoco, per il quale gli italiani sono poveri provinciali che non sanno reggere la grandezza e la bellezza della poesia. «Una lingua muore», ha sentenziato il giornalista, «perché vengono uccisi i poeti».
Nel dibattito, Nobile,, ha cercato di spiegare questo fenomeno, puntando il dito contro «una società neo-liberista, come la nostra, succube della cultura americana e del consumismo estremo, le cui vittime sono soprattutto i giovani». Per Nobile la lingua è il nostro bene più prezioso, ciò che permette ad un popolo di reagire, di liberarsi dalle catene. Non a caso pone a conclusione del suo libro un brano tratto da “Lingua e dialetto” del poeta siciliano Ignazio Buttito. L'ultima quartina recita così: «Un populu diventa poviru e servu / quannu ci arrobbanu a lingua». Ma una via d'uscita c'è e ce la suggerisce Buttafuoco pensando al bel libro di Nobile: la possibilità di resurrezione dell'italiano è affidata a colui che detta al poeta.
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