«Non illudiamoci il coronavirus ci ha incattiviti»

Il comico in scena stasera a Vasto e il 28 a Pescara con lo show “Ma non doveva andare tutto bene?”
«Che cosa non è andato bene? L’organizzazione. Quando si parla del modello Italia per affrontare il Covid, bisogna ricordarci che questo modello è durato appena una decina di minuti». Maurizio Battista risponde subito con pessimismo alla domanda che pone il titolo del suo nuovo spettacolo, “Ma non doveva andare tutto bene?”, che porterà in scena il 17 agosto (ore 21.30) in piazza del Popolo a Vasto e il 28 agosto (ore 21.30) al Teatro D’Annunzio di Pescara.
Romano, 63 anni, Battista è l’erede di quella schiatta di comici della sua città che, partendo da Aldo Fabrizi, trasformano in grottesco i lati più quotidiani della nostra vita pubblica e privata. Nel suo nuovo spettacolo lo spunto per parlare dei nostri difetti è l’epidemia di coronavirus e l’ottimismo sulla vita del post-pandemia che, per qualche breve momento, ha dominato l’Italia. La realtà, come racconta in questa intervista al Centro, si è incaricata, invece, di dimostrare che il Paese che sopravviverà al Covid sarà, più o meno, lo stesso o forse peggiore di quello che abbiamo conosciuto fino a sei mesi fa.
Battista, che cosa non sta funzionando?
Soprattutto l’organizzazione che è stata abbastanza carente. Ha funzionato per una decina di minuti, poi si è capito che siamo più bravi a dire che a fare. Si sa, siamo “italiani brava gente” ma purtroppo a gestirci siamo noi. Non c’è niente da fare: non siamo organizzati. Dice: mi raccomando, stiamo tutti dentro. E poi ti arriva gente da fuori. Prendete quello che succede a Roma.
Che succede a Roma?
Io parlo della roba che vedo, che conosco. Me pija un colpo a vede che ce sta gente che non ha i soldi nemmeno per mangiare ma poi ci sono ottomila monopattini in giro.
Lei come ha trascorso i mesi del lockdown?
Come tutte le persone sane di mente: a casa. Ma facendo anche cose per la comunità. Con il Banco alimentare, per esempio, ho aiutato a raccogliere 25mila euro per le famiglie in difficoltà. Cose come queste, insomma, che i grandi artisti non hanno fatto. Tutti bravi a parlare, quelli, ma non si muove nessuno. Il mondo dello spettacolo piagne, piagne, ma se poteva pure move quando c’era bisogno. Io non vado a fare i sermoni sulle terrazze, a dire alla gente: state tranquilli. Ma come fa a stare tranquillo chi vive in 50 metri quadri? Ma dove vivono questi? Io faccio serate da 1.500 persone all’Auditorium Morricone che ne tiene settemila. Ti prende un gruppo alla gola a vedere queste cose. È anche questo che racconto nel mio spettacolo. Io cerco di essere una persona perbene. La dignità, è vero, costa cara ma sono soldi spesi bene.
Se dovesse esserci un nuovo lockdown lei cosa farebbe?
Io non lo so. Ma l’Italia si trasformerebbe in una nuova Pompei: una colata di lava la seppellirebbe.
Andando in giro per il Paese in questi ultimi mesi dopo la quarantena lockdown in che cosa sono cambiati gli italiani?
La gente ne è uscita più incattivita. Una gran parte della popolazione non ha problemi, quelli con gli stipendi fissi intendo. Chi, invece, è rimasto a casa per quattro mesi senza avere uno stipendio fisso è diventato più egoista.
Che cosa la fa ancora ridere oggi?
Io ho un progetto che potrebbe andare bene per Rai2: un programma con artisti della mia età, con vecchie glorie insomma, che a me fanno ancora ridere.
Quelli di oggi non la fanno ridere?
Il problema è che oggi manca la gavetta. Gran parte di questi comici giovani sono laureati, e questa laurea li porta a sentirsi migliori del pubblico. Quando succede questo, il comico è bello che fallito. I giovani comici non hanno l’umiltà di capire che non basta avere la laurea per arrivare al pubblico. I grandi del passato erano gente che aveva fatto di tutto. Forse non avevano questa grande cultura ma avevano l’esperienza della vita.
I più grandi comici italiani di quella generazione quali sono?
Per me il punto fermo è Aldo Fabrizi quando diceva “Vi siete accorti che?”. E poi, per certi, versi, Gigi Proietti ed Enrico Montesano.
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