«Oggi è importante parlare del “noi” delle storie corali»

La scrittrice a “Pescasseroli legge”: «L’Abruzzo? Mi sento gemella letteraria di Di Pietrantonio»
Oggi chiude la rassegna ideata da Dacia Maraini Pescasseroli legge la scrittrice sarda Michela Murgia che parlerà del suo ultimo libro “Noi siamo tempesta. Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo” (Salani 2019), raccolta di racconti che sfatano uno dei grandi miti della narrazione: l’idea che per avere una grande storia serva un eroe. Modera l’incontro, alle 17.45 in piazza Umberto I (in caso di pioggia nella sala di via Principe Amedeo), Flavia Capone con letture di Barbara Amodio e musiche a cura di Alessandro Parente con “La scatola del Vento”. L’organizzazione degli incontri è a cura di Fiorella Graziani.
Autrice tra l’altro di “Il mondo deve sapere” – che ha ispirato il film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì – e poi del romanzo “Accabadora” – tradotto in una trentina di lingue e anch’esso portato al cinema con il film di Enrico Pau con Donatella Finocchiaro – e ancora di pamphlet sul femminicidio e sui temi dell’identità di genere, del potere e della democrazia, Murgia parlerà con Dacia Maraini del suo libro.
“Noi siamo tempesta” parla dell’importanza del dire «noi»?
Abbiamo un urgente bisogno di storie corali in un presente in cui siamo incapaci di una narrazione collettiva. In queste storie raccontate in un libro per ragazzi il mio impegno politico è orientato alla riscoperta dell’avventura del plurale. Un “noi” che si contrappone al dire “nostro” più in voga oggi, con l’idea di un controllo arroccato in un fortino. Sono lontana dall’idea della verticalizzazione dell’eroe, non titani semmai totani, e mi sento all’unisono con chi si mette in gioco con altre e altri anche per portare avanti grandi imprese. Pensiamo soltanto a Wikipedia come esempio di fiducia umana: è fra le 5 più rivoluzionarie scoperte degli ultimi 10 anni. Eppure nessuno conosce i nomi delle 10 persone che insieme hanno ideato un’enciclopediagratuita in continua evoluzione e protetta a suo modo. In tutto questo c’è un desiderio di ricomporre anche in senso linguistico un mondo che tende a sgretolarsi, un mondo in cui troppe cose scompaiono.
L’invito a Pescasseroli è quindi per lei molto gradito?
Sì. E senza alcuna retorica penso che Dacia Maraini sia una donna che ha riconosciuto la discendenza e stabilito un’eredità al femminile. Come lei penso anche alla Arbasino o a Patrizia Cavalli. Aldilà di ogni pregiudizio Dacia Maraini ha quella capacità delle madri di riconoscere in libertà. Lei si guarda intorno, ci riconosce a noi scrittrici, ci legge e dialoga con noi. Come Simone De Beauvoir, Dacia Maraini può parlare di utero artificiale, di poesia o di femminicidio restando nella praticità delle cose, ma con una idea sempre tesa verso la pace. D’altra parte l’“uomo” migliore che ho incontrato è senz’altro una donna.
Difficile non farle una domanda sulla crisi politica che il Paese attraversa e su come vede le possibile alleanze dei partiti di cui tutti parlano.
Va bene, posso rispondere. Di fronte alla situazione drammatica del Paese penso che possiamo ingoiare alcuni rospi. Ciò che mi auguro sono eventuali accordi che siano in forte discontinuità con il governo precedente con una larga base parlamentare unita: utopia forse, ma unica speranza contro la consegna del Paese alla destra. Mi sento vicina al pensiero di Marco Damilano in questo momento. Salvini è un uomo eversivo, che ha messo a rischio le istituzioni, parliamo di un uomo che è caduto per ubris, abbattuto per sua stessa tracotanza, uno che nella sede del Parlamento bacia il Crocefisso come un camorrista. Sono per un governo di squadra e non di squadrismo, ci siamo andati vicino. Il sistema democratico consente a tutti di poter pagare i propri errori e non di svegliarsi la mattina pensando che potranno diventare condanne a morte.
L’Abruzzo, a lei che è nata in Sardegna cosa le fa venire in mente, penso ad attinenze come l’erranza dei pastori, a certe durezze della terra, alla fierezza del popolo.
La risposta la gioco su un piano di sorellanza. Mi ritengo gemella in senso letterario di Donatella Di Pietrantonio. “Accabadora” e “L’Arminuta” hanno segrete e confesse simmetrie. Entrambi i romanzi parlano di adozione e di madri, di eutanasia e di separazioni. Per raccontare gli strappi della vita occorrono parole scabre, schiette. Forse è in questo incanto che mi sento legata all’amica scrittrice di Penne. Lei ha la sapienza e la delicatezza di governare una storia che brucia come talvolta brucia la verità. Le mie radici sarde posso dire siano nell’ambivalenza della tempesta che può distruggere ma anche aiutare a spogliarsi del superfluo. Penso a una maestra e artista scomparsa, mia conterranea, Maria Lai, cui il Maxxi di Roma dedica un’importante retrospettiva. Maria, alla quale il padre rimandava un’immagine bambina di capretta ansiosa di precipizi, ha creato nell’81 “Legarsi alla montagna”, il primo progetto relazionale in arte, sulla forza del “noi”. Vi consiglio di incuriosirvi.
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